Almanacco del giorno - Oroscopo  - Meteo - Mobile  - iPad - SMS
I temi caldi di oggi: Maltempo - Riforma lavoro - Sanremo
A sorpresa, il ministro dell’Economia tesse l’elogio della stabilità

Tremonti, il posto fisso base della società

ultimo aggiornamento: 27 ottobre, ore 10:55
Il ministro dell’Economia ha espresso la sua tesi a Milano, al convegno promosso dalla Bpm sulla partecipazione dei lavoratori all'azionariato delle imprese. I pareri di Giuseppe Roma (Censis) e Patrizio De Nicola (Università La Sapienza) Magazine» Lavoro e Previdenza
invia     stampa    
Facebook  Viadeo  OkNotizie  Segnalo  Wikio Friendfeed   
“Non credo che la mobilità sia di per sé un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale”. A pronunciare l’elogio del posto fisso un inaspettato Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia ha espresso la sua tesi a Milano, al convegno promosso dalla Bpm sulla partecipazione dei lavoratori all'azionariato delle imprese. La flessibilità, ha detto il ministro, si è affermata per la globalizzazione che “non ha trasformato il quantum di lavoro ma la qualità di lavoro, passato da fisso a mobile: era inevitabile fare diversamente”. “Un conto è avere un posto di lavoro fisso o variabile in un contesto di welfare come quello europeo - ha concluso Tremonti - e un conto è avere uno stipendio senza sanità e servizi. Negli Stati Uniti i fondi pensione dipendono da Wall Street, e se le cose vanno male ti ritrovi a mangiare kit kat in una roulotte e neghi la scuola ai tuoi figli".

Sulla questione, sono ha intervistato due esperti: Giuseppe Roma, direttore generale del Censis e Patrizio De Nicola, docente di Organizzazione del Lavoro a ‘La Sapienza’ di Roma. “Il lavoro a tempo indeterminato di per sé non esclude la mobilità. Ma il problema è che in Italia abbiamo la precarietà e non la mobilità, che di per sé non è precaria”, ha dichiarato Giuseppe Roma, commentando le parole di Tremonti. “Il ministro ha ragione - ha affermato Roma - ma la sua considerazione vale per la situazione italiana, dove ci sono sostanzialmente due categorie: quella dei protetti e quella dei precari. Il nostro è un mercato del lavoro schizofrenico, stretto tra queste due condizioni contrapposte. E’ chiaro che il singolo vuole più la stabilità che la precarietà - ha detto Roma - ma anche l’azienda. Il precario, infatti, sicuramente lavora di più, ma il fatto di sapere che non può avere un posto fisso può demotivarlo e il rischio è che la precarietà porti una minore funzionalità per l’azienda”.

Roma ha sottolineato che “la flessibilità è figlia dell’incertezza dei mercati e del grande onere che comporta il lavoro dipendente”. “Per avere tutti lavoratori a tempo indeterminato - ha sostenuto - dovremmo avere anche tutte aziende a tempo indeterminato, mentre oggi le imprese sono sempre più strette nella competitività. In Italia, il doppio mercato ci fa parlare di stabilità contrapposta alla flessibilità - ha spiegato il direttore generale del Censis - ma, nei paesi che meglio garantiscono le persone, il mercato del lavoro consente la mobilità: si cambia più volte lavoro nella vita, ma si lavora sempre. Per fare questo, però, ci vuole un’organizzazione del lavoro più efficiente e il riconoscimento del merito. Quindi, oggi, la scelta nel nostro paese - ha concluso Roma - non è fra stabilità e flessibilità, ma fra la ricerca di una protezione per restare o il rivolgersi verso l’estero, perché è un sistema che non garantisce i migliori. Un sistema che ha una contraddizione di fondo: da una parte maggiore sicurezza, dall’altra minore premio per chi è più bravo”.

“Meno male, alla buon'ora si capisce il valore del posto fisso”. L'ultima esternazione del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, trova d'accordo Patrizio De Nicola, docente di Organizzazione del lavoro alla 'Sapienza' di Roma e studioso dei cambiamenti che interessano il marcato del lavoro. "L'ho scritto in un libro tre anni fa - ha detto De Nicola - la flessibilità era affrontata da noi in maniera ideologica e così come l'abbiamo applicata non va bene né per i lavoratori né per le aziende". I motivi sono presto spiegati: "Per i lavoratori - ha aggiunto il professore- la flessibilità si trasforma spesso in precariato, per mancanza di un'adeguata rete di protezione sociale, mentre per le aziende è stata un fallimento. Avrebbe dovuto aumentare la produttività, avrebbe dovuto essere usata in maniera intelligente, ad esempio una flessibilità oraria che permetteva di avere più lavoratori nelle ore di maggiore produzione e meno nelle altre, e invece - ha rimarcato lo studioso - si è tramutata in false partite Iva, in contratti a progetto senza progetto, insomma in una corsa al costo minore del lavoro e basta". Insomma "una flessibilità dannosa" anche "per gli effetti previdenziali - ha ricordato De Nicola - che avrà su quanti non hanno un posto fisso ancora a 32-35 anni: queste persone avranno pensioni al di sotto della soglia della sopravvivenza". Si vedono ora, ha spiegato il professore, anche le conseguenze dei lavori troppo mobili "sulla costruzione dell'identità e dell'autostima". "I lavori ‘usa e getta’ non contribuiscono a un'immagine solida e basata anche sull'identità lavorativa".

pubblica questa notizia su:  Facebook    segnala questa notizia su:  Viadeo  OkNotizie  Segnalo  Wikio Friendfeed 
articoli correlati
invia    stampa   
adnkronos.com  |   aki arabic  |   aki english  |   aki italiano  |   salute  |   labitalia  |   Washington chiama Roma  |   musei on line  |   immediapress