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Estendere la vaccinazione ai maschi per difendere la capacità riproduttiva

Il Papillomavirus umano nell'uomo aumenta il rischio di aborto

ultimo aggiornamento: 25 febbraio, ore 17:59
Se ne parla ad Abano Terme (Padova) in occasione del convegno di Medicina della Riproduzione


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Roma, 25 feb. (Adnkronos Salute) - "Non c'è correlazione solo tra Papillomavirus umano (Hpv) e tumori. Abbiamo visto, infatti, che se c'è un'infezione da Hpv nel liquido seminale di un uomo, aumenta anche il rischio di aborto nella donna". Parola di Antonio Perino, direttore della clinica ostetrica e ginecologica dell'università di Palermo, intervenuto al convegno di medicina della riproduzione che si conclude oggi ad Abano Terme (Padova).

"L'Hpv - sostiene Perino - può giocare un ruolo importante in numerose patologie. La ricerca in questo settore va dunque avanti e sono convinto che questi dati possano rappresentare un ulteriore passaggio per raccomandare la vaccinazione anche nei maschi. Questa estensione - conclude - favorirebbe anche la difesa della salute riproduttiva"

"L'esperienza di vaccinazione contro il Papillomavirus umano (Hpv) sui maschi italiani è modesta". Eppure il virus è correlato a numerose patologie, "non solo al cancro del collo dell'utero", e sarebbe quindi utile estendere la vaccinazione "agli uomini perché questo non è un problema di genere, ma generalizzato". Lo sostiene Sergio Pecorelli, presidente dell'Agenzia italiano del farmaco (Aifa).

Pecorelli ricorda altre patologie correlate all'Hpv. "Non c'è solo il cancro del collo dell'utero, di cui il virus è responsabile al 100% - dice - ma anche tumori ad ano (88-94%), vagina (64-91%), condilomi genitali (80%), pene (40%), faringe (25%) e cavità orale (10%)". In Europa il vaccino quadrivalente ha indicazioni per i maschi fino ai 15 anni, "in Austria - aggiunge Pecorelli - lo raccomandano sia per i ragazzi che per le ragazze. Da noi, invece, la proposta vaccinale è attiva e gratuita per le sole ragazzine nel dodicesimo anno di vita".

A questo proposito Pecorelli ha citato un progetto sperimentale promosso dall'università di Brescia, e finanziato da soggetti privati e dalla Regione Lombardia, per capire quanta adesione ci sarebbe stata in caso di vaccinazione su maschi. "Il progetto avviato sulla fascia d'età 11-15 anni - conclude - ha dato buoni risultati, dimostrando l'attenzione verso questo problema anche da parte maschile".


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