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Le sculture vengono create con materiali di scarto, recuperati nelle discariche

Schegge di vetro, piatti rotti e vecchi 'Gratta e Vinci'. Il rifiuto si fa 'arte' a Sogliano al Rubicone

ultimo aggiornamento: 25 ottobre, ore 14:15
Roma - (Ign) - Oggi la presentazione del catalogo della quarta edizione della rassegna, dedicata al riciclo, che durerà fino all’8 dicembre. Si potranno ammirare le opere degli artisti Nero, Jagulli e Vernocchi
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Roma, 25 ott. - (Ign) - Ferro e fuoco, frammenti di specchi e pezzi di legno. E poi oggetti d'uso quotidiano, recuperati dalle discariche, ceramica, grafite e altri materiali di recupero tipici del territorio. Tutto questo è 'Mongarte - Racconti plurimi del Riciclaggio', la rassegna dedicata all’arte del riciclo allestita a Sogliano al Rubicone in provincia di Forlì Cesena fino all’8 dicembre 2009. Un originale progetto espositivo, nato per educare alla riscoperta e alla rivalorizzazione del materiale di scarto - di tutto ciò che generalmente è considerato trash, povero, frammentario e superato – che, decontestualizzato e plasmato dalle mani abili di un artista, viene nobilitato per rinascere a nuova vita sotto forma di opera d’arte. Nell’ambito del progetto, oggi alle 16 al Teatro Elisabetta Turroni di Sogliano al Rubicone si terrà la presentazione del catalogo che documenta la quarta edizione della rassegna, curata da Marisa Zattini con l’organizzazione de Il vicolo sezione Arte di Cesena e promossa dalla Sogliano Ambiente in sinergia con l’assessorato alla Cultura del comune di Sogliano.


A cimentarsi nell'arte del riciclo saranno tre giovani artisti romagnoli, veri e propri protagonisti quest’anno di Mongarte: Nero (Faenza, 1980), Micaela Jagulli (Cesena, 1971) e Mattia Vernocchi (Cesena, 1980). Così Nero ha allestito a Palazzo Nardini una sorta di ‘natural disco’, dove una sfera piena di frammenti di specchi crea suggestivi effetti luminosi. Lo spazio è giocato sul numero tre: tre sagome di alberi stilizzati, fatti con pezzi di legno recuperati da scarti di falegnameria sono contrapposti a una scritta dai caratteri elementari, dove le tre lettere che compongono la parola ‘God’, ‘Dio’, indicano verso il buio di una grotta. Un’opera fortemente concettuale, che rimanda all’idea cristiana nel concetto di una vita che va percorsa non su ‘strade lastricate d’oro’, ma per le vie più difficili, che è anche un invito a trovare il proprio percorso attraverso l’oscurità.

Nella Cappella Paolotti, Micaela Jagulli ha invece creato una fonte battesimale che nella forma ‘a mandorla’ riprende la planimetria di Sogliano al Rubicone e che rimanda al concetto di rinascita del materiale. Sull’altare una serie di simboli postmoderni della Passione di Cristo (siringhe, bancomat tagliati, vecchi Gratta e Vinci…) inducono a riflettere sul tema del ‘rinnegare’ e ‘ri-fiutare’. E poi ci sono i ‘segni’ collocati lungo le vie del borgo a ricordare la ‘Strage degli Innocenti’; una serie di ‘scatole’ che contengono ognuna una propria storia incisa a laser su pelle di cavallino. Infine, Mattia Vernocchi ha realizzato all’interno di Palazzo Marcosanti-Ripa una installazione suggestiva che dialoga con il paesaggio frontale. Sette gabbiette di diverso formato realizzate con materiali ceramici e ferro, deformati dell’elemento ‘fuoco’, capace di sconvolgere e metamorfizzare il contenuto, mentre all’esterno, nel borgo di Sogliano, altre tre gabbie sincretiche – bruciate all’esterno nel suo studio e documentate nel catalogo della mostra – sono allineate su di uno stilizzato tavolo ferroso, offrendo allo sguardo oggetti di uso quotidiano (piatti, stoviglie, ecc.): residui, forse, degli sprechi del nostro esistere.

Il catalogo, edito per i tipi de Il vicolo Editore, contiene alcuni testi istituzionali firmati dal sindaco e l’assessore alla Cultura del comune di Sogliano al Rubicone e dal presidente e vicepresidente della Sogliano Ambiente, oltre ai testi critici della curatrice della mostra, Marisa Zattini, che riflette sul valore del materiale di recupero - di quei materiali poveri recuperati nelle discariche,'rifiuti' e scarti della società consumistica - da cui possono nascere queste ‘impermanenze’ dell’arte.

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