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Giustizia: d'Amati, cause lavoro tutte collegabili ad art. 18, è architrave sistema

L'avvocato del lavoro Domenico d'Amati (Foto Labitalia)  L'avvocato del lavoro Domenico d'Amati (Foto Labitalia)
ultimo aggiornamento: 27 gennaio, ore 12:06
Intervista di LABITALIA all'avvocato del lavoro Domenico d'Amati.


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Roma, 27 gen. (Labitalia) - "Tutte le cause possono essere collegate all'articolo18, nel senso che l'articolo 18 è quello che assicura una garanzia contro il licenziamento arbitrario e quindi consente al lavoratore di potersi rivolgere serenamente al magistrato per far valere i suoi diritti in materia di qualifica, o retribuzione, senza temere rappresaglie. E' chiaro che nel momento in cui si dovesse indebolire la tutela dell'articolo18 ci sarebbe molta maggiore riluttanza ad affrontare una causa contro l'azienda, che potrebbe licenziare molto più facilmente che in passato. Quindi, l'articolo18 è un po' l'architrave del sistema: non si può mettere in discussione a cuor leggero senza esaminare tutte le varie ripercussioni di un venir meno di questo pilastro". Così l'avvocato del lavoro Domenico d'Amati commenta con LABITALIA i dati sulle cause di lavoro.

Quanto all'aumento del contenzioso, d'Amati sottolinea: "Per le cause del settore privato, si può spiegare con le recenti leggi che hanno introdotto termini di scadenza per iniziare le azioni, in particolare in materia di lavoro precario, e quindi molte cause che hanno le radici in un passato abbastanza lontano sono state proposte adesso per evitare la decadenza stabilita dalla legge e quindi c'è stato questo aumento".

Per quanto riguarda l'incremento delle cause nel pubblico impiego, prosegue, "è un fenomeno naturale in un certo senso, perché la 'privatizzazione' del pubblico impiego, che ha portato poi alla giurisdizione del giudice ordinario in questa materia, ha richiesto un po' di tempo per mettere radici nella cultura dei lavoratori, i quali piano piano hanno appreso di poter far valere determinati diritti che in precedenza non potevano essere azionati e quindi c'è stato uno sviluppo delle cause di pubblico impiego".

Se si considerano le cause più frequenti, "per lo meno per la nostra esperienza, sono quelle - spiega l'avvocato - attinenti all'occupazione, intendendosi cause di accertamento del rapporto di lavoro subordinato, cioè cause di lavoratori occupati 'al nero' oppure cause di lavoratori che hanno contratti a termine non consentiti dalla legge e che quindi chiedono la stabilizzazione del rapporto".

"Poi adesso si sta sviluppando purtroppo un certo filone - rimarca - dovuto alle ristrutturazioni aziendali, perché abbiamo una legge che impone all'imprenditore che voglia effettuare licenziamenti collettivi per riduzione di personale di seguire una certa procedura che comporta un obbligo di corretta informazione verso il sindacato, e dove questo obbligo non venga rispettato anche il singolo lavoratore può rivolgersi al giudice per chiedere che sia dichiarata l'inefficacia del licenziamento. Questo anche se il sindacato dovesse raggiungere un accordo con l'impresa".

"Un altro filone che si sta sviluppando - osserva d'Amati - è quello della tutela della professionalità e della personalità e questo non solo nell'impiego privato ma anche in quello pubblico. Si tratta delle cause di cosiddetto demansionamento: quando un lavoratore viene destinato a mansioni inferiori a quelle proprie della sua personalità. Ormai la Cassazione ha detto che vicende di questo tipo, che in parte rientrano nel cosiddetto mobbing, possono dar luogo al diritto al risarcimento del danno non solo patrimoniale, per la perdita per esempio di incrementi retributivi, occasioni di promozione etc., ma anche di danno non patrimoniale per la lesione della personalità, per la sofferenza e anche molto spesso per il danno alla salute che queste vicende producono. Questo tipo di cause adesso si sta sviluppando anche nel pubblico impiego".

Quanto alla conclusione dei procedimenti sul lavoro e all'orientamento della giurisprudenza, per d'Amati, "bisogna sfatare un luogo comune e cioè che il giudice del lavoro sia pregiudizialmente orientato a favore dei lavoratori". "Il tasso di cosiddetta soccombenza nelle cause di lavoro - assicura - è stato sempre abbastanza elevato, nonostante situazioni di partenza di torti gravi e diffusi. Adesso l'equilibrio si mantiene".

Sulla questione dei tempi della giustizia, d'Amati non ha dubbi: "Bisogna intervenire pragmaticamente facendo riferimento alla realtà concreta, che ci dice che la situazione è molto diversificata, nel senso che ci sono uffici giudiziari dove le cause di lavoro si fanno rapidamente e con grande efficienza: famosissimo è il tribunale di Torino, ma ce ne sono anche altri; poi invece vi sono uffici giudiziari dove ci sono ritardi molto alti, direi intollerabili, e ciò è dovuto a inefficienze organizzative, insufficienze dell'organico. Quindi, la prima cosa da fare è vedere perché in una città la giustizia funziona e in un'altra non funziona".

"La legge sul processo del lavoro funziona molto bene, se gli uffici vengono messi in condizione di applicarla", dunque, secondo d'Amati, "prima di fare nuove leggi bisogna applicare quelle che già ci sono". "Non ci vuole molto - sostiene - per far funzionare bene la giustizia del lavoro in tutta Italia, è sufficiente spostare alcuni magistrati da un ufficio all'altro, ridistribuire gli uffici giudiziari, per avere già un risultato positivo, riscontrabile in breve tempo. La giustizia del lavoro può e deve funzionare: è un cosa fondamentale per la tutela dei lavoratori".


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