
Work in Progress, in ultimo anno 34,6% imprese costretto a licenziare
Roma, 18 giu. (Labitalia) - Negli ultimi 12 mesi, il 34,6% delle imprese è stato costretto a licenziare e quasi il 60% dei contratti atipici non è stato rinnovato. Lo rivela l'indagine sul ‘Lavoro atipico e la tutela dei dipendenti', realizzata dall'Osservatorio Work in Progress, Centro ricerche sociali su lavoro e nuove forme di occupazione.
"Questi numeri preoccupanti mostrano come la tutela dei diritti dei lavoratori non passi unicamente per la riforma dell'articolo 18, bensì richieda azioni più strutturali e volte a tutelare qualsiasi forma di lavoro, sia essa a tempo indeterminato o atipico (tempo determinato, progetto, somministrazione, ecc.)", afferma Tommaso Dilonardo, avvocato esperto di diritto del lavoro e presidente e fondatore dell'Osservatorio. Dall'indagine dell’Osservatorio, che ha coinvolto 102 aziende italiane, risulta che i contratti atipici non paiono al momento essere preponderanti in assoluto, ma i numeri sono molto significativi; infatti, nell'80% dei casi i lavoratori assunti con contratto atipico sfiorano il 30% del totale dei dipendenti.
"Stiamo assistendo a una riforma - continua Dilonardo - che lascia perplessi e che di fatto, per i lunghi tempi di attesa, sta creando uno stallo generale nel Paese: da una parte, il 73% degli imprenditori ha deciso di sospendere le assunzioni in attesa di maggiore chiarezza e, dall'altra, dopo l'entrata in vigore della riforma, il lavoratore perderà dei diritti che prima aveva, con la riduzione cospicua dei risarcimenti in caso di illegittimità dei licenziamenti, e senza che sia stato in nessun modo reso più elastico il rapporto di lavoro. Il quadro finale è dunque meno diritti per i lavoratori e nessuna elasticità in più per i datori di lavoro. Qualcosa non torna".
Sempre secondo l'Osservatorio Work in Progress, nel 62% dei casi le aziende assumono personale con contratto atipico per avere la possibilità di non rinnovare il contratto (qualora l'azienda abbia bisogno di ridurre i dipendenti o il lavoratore non sia performante). "Questo dato è un indice di come l'attuale normativa sul lavoro sia ormai obsoleta e non in linea con le necessità delle aziende, che operano in mercati sempre più dinamici e turbolenti; è necessario semplificare il quadro normativo, tutelando i lavoratori, anche i precari, e aumentando l'elasticità dei rapporti di lavoro", spiega Dilonardo, che continua la sua analisi soffermandosi su un dato che riguarda l'aggiornamento sulle normative inerenti il mercato del lavoro.
I datori di lavoro sono attenti, infatti, all'evoluzione delle normative sul lavoro: quasi il 50% di essi si tiene costantemente aggiornato, principalmente per assumere (26,5%) e gestire il personale (39,7%), ma in questo periodo di stallo circa il 10% ammette di tenersi informato per seguire gli sviluppi legislativi per interesse personale e non solo aziendale.
"Gli imprenditori -sottolinea- vorrebbero aggiornarsi senza doversi rivolgere ogni volta ai professionisti ma, anche qui, cozzano contro una tecnica di scrittura delle norme che mette in difficoltà chiunque voglia comprendere puntualmente il dettato del legislatore; infatti, oltre il 45% degli intervistati ha risposto che ritiene di potersi aggiornare in autonomia, senza rivolgersi a qualcuno di competente e formato in materia che li aiuti a comprendere motivazioni, sviluppi e dinamiche degli aggiornamenti normativi. Ma in realtà solo il 10% delle aziende non si appoggia ad alcun consulente esterno. Questo dato, ripeto, sottolinea che anche la lingua delle leggi dev'essere attualizzata e resa comprensibile a tutti, e non solo agli addetti ai lavori".
"La riforma del mercato del lavoro - ricorda - contiene una norma che consente la stipula di contratti a termine, della durata di dodici mesi, non prorogabili, sulla sola base della volontà delle parti: datore di lavoro e lavoratore. La norma pare ottima soprattutto perché teoricamente dovrebbe eliminare il contenzioso, quindi bene, ma c'è il rovescio della medaglia: questo contratto è facile prevedere che indurrà le imprese a cambiare i collaboratori ogni dodici mesi e questo di fatto porterà l'orizzonte temporale, di speranza di durata del lavoro, dei precari da 36 a 12 mesi. Potremmo dire che la norma precarizzerà il precariato?".
Infine, si legge nell'indagine, che quasi il 70% delle aziende auspica che la riforma che sta per essere approvata sia idonea a ridurre i costi del lavoro e che vengano introdotti incentivi, fiscali e no, alle assunzioni (60,9%). Un aspetto positivo, in totale contrasto con uno dei più grandi timori dei dipendenti: lavorare per aziende che non tengano conto delle loro necessità. "Quest'ultimo dato - conclude Dilonardo - dimostra che le aziende sono principalmente preoccupate della forte pressione fiscale che grava su di loro, e non sembrano affatto intenzionate a sfruttare i dipendenti per proprio beneficio".
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