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Da giuslavoristi appello per fermare 'controriforma' diritto lavoro

Il vicepresidente della commissione Lavoro del Senato, Tiziano Treu  Il vicepresidente della commissione Lavoro del Senato, Tiziano Treu
ultimo aggiornamento: 25 febbraio, ore 12:15
Sono 106 i giuristi firmatari che contestano alcuni articoli del disegno di legge 1.167-B, in quarta lettura al Senato. Treu: "Norma devastante".
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Roma, 25 feb. (Labitalia) - 'Fermiamo la controriforma del diritto del lavoro'. Non è solo uno slogan, ma l'accorato appello lanciato da 106 tra giuslavoristi, avvocati e professori universitari, contro alcuni articoli del disegno di legge 1.167-B, attualmente in quarta lettura al Senato, che prevedono una 'rivoluzione' nel sistema delle controversie di lavoro. Come scrivono i giuristi nell'appello, tra cui spiccano i nomi di Tiziano Treu, Umberto Romagnoli, Andrea Proto Pisani, Piergiovanni Alleva e Luciano Gallino, attraverso gli articoli del ddl "in buona sostanza il governo, pur omettendo di intervenire direttamente sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e di procedere ulteriormente nel percorso di precarizzazione dei rapporti contrattuali, mira tuttavia a svuotare dall'interno l'impianto normativo di tutela dei dipendenti".

E come spiega a LABITALIA Tiziano Treu, vicepresidente della commissione Lavoro del Senato, "l'aspetto più grave è che si immagina che ci possa essere un ricorso a un arbitrato per far valere i propri diritti". "Un arbitrato - aggiunge - che addirittura può essere ‘libero’, 'in equità', e cioè con la possibilità di decidere di una controversia anche senza far riferimento ai diritti fondamentali del lavoratore, alle norme di legge. E il giudice del lavoro viene tagliato fuori dalla controversia. Indirettamente, quindi, si colpiscono i diritti fondamentali dei lavoratori, compresa la tutela dal licenziamento, che è uno dei tanti diritti a rischio. E' una strada - conclude - assolutamente inaccettabile, non esiste in nessun Paese, è un uso dell'arbitrato veramente devastante".

In particolare, sono due gli articoli del disegno di legge nel mirino dei giuslavoristi: il 31 e il 32. La prima norma riguarda le controversie tra datore di lavoro e dipendente: prevede praticamentre la 'cancellazione' del giudice del lavoro e stabilisce il ruolo dell'arbitro nella risoluzione dei contenziosi tra datore di lavoro e lavoratore. Un arbitro che, appunto, può decidere 'in equità', e cioè, come spiegano nell'appello i giuristi, "senza il rispetto di leggi e contratti collettivi". L'articolo 32, invece, fa riferimento ai tempi per l'impugnazione dei licenziamenti, dei contratti di lavoro a termine o di collaborazione. E nella nomativa, secondo i giuslavoristi, ci sono altre 'trappole'.

A cominciare dal momento della stipula del contratto di lavoro, quando il lavoratore può dichiarare che non farà ricorso al giudice, ma che si affiderà al cosiddetto arbitrato, che è una forma di accordo di conciliazione dove intervengono parti terze, e dove il lavoratore sostanzialmente è più debole dell'azienda. "Se dall'accettare l'arbitrato dipende il posto di lavoro - avvertono i giuristi - il lavoratore non ha che da accettare l'arbitrato". A parere dei firmatari dell'appello, sostenuto anche dalla Cgil, il giudice del lavoro, anche quando dovesse continuare a svolgere il proprio ruolo, in realtà non potrà fare granché, perché "i suoi poteri verrebbero depotenziati".

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