
Sempre più 'hobby farmer' nelle campagne italiane
ultimo aggiornamento: 08 febbraio, ore 11:14
Studio di Nomisma e 'Vita in campagna' presentato a Fieragricola.
Roma, 8 feb. (Labitalia) - Nella vita di tutti i giorni sono dipendenti pubblici, liberi professionisti, dirigenti di imprese private, operai. Ma nel tempo libero sono dediti all'agricoltura. Sono gli 'hobby farmer', agricoltori per passione ma non per mestiere. Una figura particolare che si sta sempre più diffondendo nelle campagne italiane, che si caratterizza per il possesso di un terreno agricolo coltivato nel tempo libero, in quanto la sua attività principale dal punto di vista lavorativo è al di fuori del settore agricolo stesso. A tracciare l'identikit dell'agricoltore amatoriale è uno studio condotto da Nomisma in collaborazione con il mensile 'Vita in Campagna', che da oltre 25 anni segue chi per passione coltiva piante o alleva animali nel tempo libero. L'indagine, condotta su un campione di oltre 4mila intervistati, è stata presentata a Verona in occasione di 'Fieragricola'.
La ricerca sembra, quindi, dimostrare come le aree rurali siano sempre più interessate dalla presenza di persone che decidono di spostarsi e di vivere in campagna, dedicandosi anche ad attività tipiche di questi spazi, agricoltura in primis. Questo interesse per le attività agricole da parte di 'non addetti ai lavori' sta assumendo oggi particolare rilevanza, in un momento in cui la crisi economica porta molte persone a riscoprire la bontà e la convenienza dei prodotti del proprio orto e frutteto.
Attenzione, però, avverta Nomisma, a non confondere questa nuova figura con quella dell'agricoltore 'non professionale'. Quest'ultimo soggetto, infatti, si configura comunque come un agricoltore che, pur dedicando meno del 50% del suo tempo alla campagna, viene periodicamente monitorato dall'Istat (in Italia, infatti, il 70% dei conduttori agricoli svolge l'attività agricola in maniera part-time). L''hobby farmer' (o agricoltore amatoriale), invece, così come emerge dalle risposte del campione, riguarda principalmente soggetti non riconducibili a un impiego lavorativo ufficiale di carattere agricolo, ma impegnati a tempo pieno in altri settori economici o da pensionati.
A riprova di questa 'estraneità' dal settore agricolo professionale, sottolinea lo studio, "si pensi che oltre il 90% di chi è stato intervistato non è mai stato contattato dall'Istat in merito al censimento generale sull’agricoltura". Ed è proprio dal confronto con i vari censimenti agricoli e dai relativi risultati che si è partiti per comprendere il contesto di riferimento di tale fenomeno. Se infatti si confrontano le superfici agricole rilevate nel 1990 e nel 2000, si evidenzia un calo di quasi 2 milioni di ettari contestualmente a una diminuzione di circa 430.000 aziende.
Alla luce di tali cambiamenti, però, le dimensioni medie delle imprese agricole non sono cambiate (rimanendo attorno ai 5 ettari di superficie agricola utilizzabile), segno evidente di un mancato processo di accorpamento fondiario. E, allora, dove sono finiti questi ettari di superficie agricola? Al di là dei possibili e concreti casi di abbandono, spiega Nomisma, "non è nemmeno pensabile che questi 1,8 milioni di ettari siano stati tutti destinati alla cementificazione o allo sviluppo di aree urbane e industriali". "In altre parole, questo significa che la superficie agricola non più rilevata dal Censimento Istat - avverte - non è scomparsa: ha solamente cambiato possessore, passando da un agricoltore a un altro soggetto 'estraneo' al settore primario".
La compagine degli 'hobby farmer' è molto variegata: impiegati, liberi professionisti, lavoratori autonomi, dipendenti pubblici, operai, pensionati. Tutti sono accomunati dalla passione di coltivare e praticare l'attività agricola, con lo scopo di ottenere prodotti per l'autoconsumo familiare o da regalare agli amici, ma anche per stare all'aria aperta, per risparmiare nell'acquisto di derrate alimentari o consumare prodotti più sani e genuini. Le coltivazioni più praticate riguardano ortaggi, frutta, vite e olivo e, molto spesso, sono accompagnate da processi di trasformazione (confetture e marmellate, conserve, vino, olio), ovviamente su piccola scala, e in qualche caso anche da piccoli allevamenti. Le dimensioni medie dei terreni coltivati non sono marginali e si aggirano su circa 1,3 ettari (spesso comprendenti anche parti a bosco).
In buona sostanza, dalla ricerca emerge che in Italia esiste una parte di territorio agricolo, rurale e forestale che non è in capo ad agricoltori e che viene gestito secondo criteri non funzionali all’attività produttiva e mercantile (all''hobby farmer' non interessa ottenere reddito dal terreno), ma secondo logiche rivolte soprattutto al mantenimento ambientale e paesaggistico e, più in generale, della tutela territoriale. "Si tratta di benefici (o, più tecnicamente, 'esternalità') sottostimati - conclude Nomisma - o addirittura non riconosciuti dal punto di vista collettivo, alla luce della mancanza di rilevazioni statistiche ufficiali, che però permettono, assieme al contributo preponderante dell'attività propriamente agricola, una conservazione degli spazi rurali i cui vantaggi finiscono con il ricadere sull'intera popolazione".
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