
Vino: con lavoro immigrati enologia nel segno del melting pot
ultimo aggiornamento: 05 aprile, ore 18:14
Una ricerca a cura di Città del Vino e Winenews, realizzata in occasione di Vinitaly, di scena a Verona dal 7 all'11 aprile.
Roma, 5 apr. (Labitalia) - Il vino made in Italy nasce nel segno del 'melting pot': da Montalcino a Montefalco, da Barbaresco a Menfi, da Valdobbiadene a Cormons, da Erbusco ad Alghero, l'enologia del Belpaese prospera anche grazie al lavoro di migliaia di stranieri. Nei luoghi del vino più famosi d'Italia, vivono e lavorano persone giunte da decine di nazioni diverse, e le città in cui nascono etichette esportate in tutto il mondo si scoprono modelli di integrazione razziale. Lo dice una ricerca a cura delle Città del Vino, l'associazione che riunisce i Comuni a più alta vocazione vitivinicola d'Italia, e di www.winenews.it, uno dei siti più cliccati dagli amanti del buon bere, realizzata in occasione di Vinitaly, di scena a Verona dal 7 all'11 aprile.
Nei principali distretti del vino italiani, l'eccellenza del made in Italy vuol dire integrazione razziale, perché qui vivono persone provenienti da tutti i continenti e che svolgono professioni legate al vino, tra chi lavora in vigna, chi fa il manager, la segretaria, il responsabile commerciale, l'enologo, chi gestisce un'attività di ristorazione o ricettiva e, naturalmente, chi fa il vigneron. E' così che il lavoro favorisce l'integrazione razziale. Per scoprire queste 'isole felici', le Città del Vino hanno raccolto le testimonianze relative ad alcune realtà del vitivinicole particolarmente significative, scoprendo che sono probabilmente le comunità di piccole e medie dimensioni a vantare una più riuscita integrazione tra italiani e cittadini in arrivo dal resto del mondo.
Sono stati presi in esame 16 comuni: Barbaresco (Cuneo), Guarene (Cuneo), Erbusco (Brescia), Mezzocorona (Trento), Casarsa della Delizia (Pordenone), Cormons (Gorizia), Valdobbiadene (Treviso), Castelvetro di Modena (Modena), Sant’Arcangelo di Romagna (Rimini), Montalcino (Siena), Suvereto (Livorno), Montefalco (Perugia), San Martino sulla Marrucina (Chieti), Castiglione di Sicilia (Catania), Menfi (Agrigento) e Alghero (Sassari). La ricerca evidenzia un buon inserimento lavorativo e sociale degli stranieri, che arrivano spesso a costituire il 10% della popolazione totale dei comuni analizzati. Molti arrivano dall'Europa dell'Est, una percentuale minore dal Maghreb, qualcuno dalla Cina. Tra i Paesi di provenienza spiccano Romania, Moldova, Albania, Marocco e Ghana.
La maggior parte degli uomini è impiegata nel settore agricolo, oltre che nell'edilizia. In particolare, nelle produzioni vinicole la partecipazione dei lavoratori stranieri, soprattutto extracomunitari, è molto rilevante. Il contributo dei lavoratori stranieri si è rivelato decisivo, infatti, nello sviluppo delle denominazioni di qualità. Non solo. I lavoratori immigrati, secondo l'indagine, svolgono una funzione qualificata nella produzione agricola e agroalimentare, e parallelamente contribuiscono a compensare il tasso di invecchiamento degli imprenditori agricoli e arrestare il processo di spopolamento delle aree rurali.
Gli alti livelli di specializzazione e il particolare rapporto con il territorio e con gli altri settori socio-economici fanno sì, infatti, che nella vitivinicoltura più che in altri comparti si ponga il problema dell'invecchiamento dei conduttori agricoli e di conseguenza del ricambio generazionale e del trasferimento generazionale dei 'saperi'.
Come rileva l'indagine, quindi, una delle ragioni primarie che spiegano sia il ruolo degli stranieri nello sviluppo dei comparti agroalimentari sia la forte capacità di integrazione dei lavoratori stranieri nei comuni dove si concentrano le produzioni agricole di qualità è legata a due fattori: la forte presenza di aziende familiari e la bassa presenza di giovani che intraprendono la professione dei genitori.
Basti pensare che le rielaborazioni dei dati Istat proposte dall'Inea (Istituto nazionale di economia agraria) mostrano che il 60% degli imprenditori agricoli ha un'età superiore ai 55 anni e oltre la metà di questi supera i 65 anni. Circa un terzo degli agricoltori dovrebbe poter andare in pensione, ma in realtà continua a svolgere l'attività, il più delle volte destinata a terminare nel momento in cui non potrà o vorrà occuparsene. Mentre i giovani rappresentano appena il 5% degli imprenditori e gli under 25 non raggiungono nemmeno l'1% della categoria. Al pari degli imprenditori, anche gli occupati agricoli tendono a crescere man mano che aumenta l'età. Se da un lato i giovani rappresentano il 25% della forza lavoro, dall'altro è vero che gli ultrasessantacinquenni sono pari al 5% del lavoro nel settore primario. Il 46% circa degli immigrati che lavorano in agricoltura ha meno di 35 anni incidendo per il 6% sul totale dei giovani occupati nel settore.
Riguardo alla composizione per classe di età dei lavoratori stranieri e alla loro presenza per regione, si può stimare quale impatto la creazione di opportunità concrete di vita e di accesso ai fattori produttivi potrebbe avere in termini di ricambio ed età media di ingresso in agricoltura. Soprattutto nelle regioni in cui si registrano livelli più alti di senilizzazione e di abbandono delle attività primarie, gli immigrati potrebbero mitigare (di 2-3 punti percentuali) tali fenomeni e generare processi di rilancio socio-economico di queste aree. La forte presenza di occupati agricoli stranieri sotto i 35 anni di età implica una loro presenza in realtà rurali spesso spopolate. Questi occupati, confrontati agli imprenditori agricoli con meno di 35 anni di età, ne rappresentano il 52%. Se solo per la metà degli stessi si aprisse un'opportunità imprenditoriale in agricoltura, sottolinea lo studio, potremmo registrare un immediato effetto di crescita dell'indice di ricambio generazionale.
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