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Dietro il crollo anche il fallimento dei progetti turistici

Crollo Dubai World, l'esperto: "Non scatenerà un nuovo caso Lehman Brothers"

ultimo aggiornamento: 27 novembre, ore 18:43
Roma - (Adnkronos/Aki) - La ricercatrice Federica Miglietta rassicura dopo il caso di default della holding finanziaria dell'emirato: "Le banche italiane sono poco esposte, i rischi sono legati al panico finanziario"
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Roma, 27 nov. - (Adnkronos/Aki) - Il crollo del mercato immobiliare a Dubai "non scatenerà un nuovo caso Lehman Brothers" ed è "improbabile" che produca un devastante effetto a catena sui mercati mondiali "se non si diffonderà un irragionevole nuovo panico finanziario". E' l'analisi di Federica Miglietta, ricercatrice di Economia degli intermediari finanziari presso l'Università di Bari e docente presso il dipartimento di Finanza della Bocconi di Milano. "Le banche europee sono esposte per 40 miliardi di dollari, che non sono pochi, ma non sono neanche una cifra gigantesca", spiega ad Aki- Adnkronos International l'esperta, curatrice del recente libro 'Fondi sovrani arabi e finanza islamica', edito da Egea.

"Le banche italiane, poi, sono esposte pochissimo - precisa - Ad essere molto esposte sono invece la Standard Chartered e la Hsbc". Anche per le aziende italiane del settore immobiliare "non ci sono esposizioni particolarmente importanti. La Sace ha subito fatto le sue indagini - aggiunge la Miglietta - arrivando alla conclusione che, pur essendo l'Italia un partner importante per Dubai, i rischi sono limitati. I paesi più esposti nel caso di default di Dubai World (la holding finanziaria dell'emirato per la quale è stata chiesta una moratoria di 6 mesi per 59 miliardi di dollari di debiti, ndr) e dell'emirato in generale sono gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'India". Senza contare che "molte delle aziende italiane impegnate nell'emirato hanno quasi completato le opere commissionate".

Un margine di rischio per i mercati mondiali, tuttavia, esiste. "Se le difficoltà in cui si trova Dubai dovessero perdurare, l'emirato potrebbe essere costretto a vendere le numerose partecipazioni di società di tutto il mondo che ha acquisito a prezzi convenienti nel momento in cui le borse del pianeta crollavano - spiega la Miglietta - Questo potrebbe dare il via a una serie di effetti a catena sui mercati". "Bisogna quindi augurarsi che non vendano, o quantomeno che vendano per gradi, tutte le quote che hanno in portafoglio, perché l'impatto sarebbe devastante", afferma.

Analizzando le cause del crollo, la Miglietta, autrice di numerose pubblicazioni in materia di finanza islamica e mercati arabi, ricorda che "lo scorso anno a Dubai c'era il 25% di tutte le gru del mondo, si costruivano centinaia di grattacieli per decine di migliaia di posti letto, che non si è riusciti a piazzare. Gli altri due comparti su cui si fonda l'economia di Dubai, turismo e finanza - continua - non prevedono uno stanziamento fisico di decine di migliaia di persone. Nel turismo, Dubai è una tappa importante, ma soprattutto per il transito verso altre mete, e la permanenza media è di due o tre giorni al massimo".

"I business plan sono stati fatti su arrivi che non ci sono mai stati ed ecco quindi che nell'emirato si sono ritrovati a non essere in grado di finanziare o rifinanziare i cantieri in costruzione, che sono cantieri da miliardi di dollari", dice. La situazione è complessa, data l'articolazione del sistema finanziario di Dubai, che è tuttavia "tutto riconducibile a un unico progetto imprenditoriale, gestito da un'unica famiglia", quella dell'emiro Mohammed bin Rashid Al Maktum. "Dubai ha tre diramazioni finanziarie - spiega la ricercatrice - una è Dubai World, quella in difficoltà. La seconda è Dubai International Financial Center, che controlla la Borsa di Dubai. La terza è Dubai Investment Corporation".

"Anche se la la vicenda è passata un po' sotto silenzio - ricorda la Miglietta - nel febbraio 2009 anche la Borsa di Dubai ha evitato il fallimento per un soffio, perché è stato fatto un prestito sindacato di tre miliardi e mezzo di dollari, sottoscritto in gran parte da Abu Dhabi". Il terzo braccio, quello di Dubai Investment Corporation, "al momento sembrerebbe reggere", ma le correlazioni tra i tre settori potrebbero non lasciarlo indenne. Senza contare "i possibili effetti legati all'ipotesi di un nuovo collasso delle borse che comporterebbe una ulteriore svalutazione degli asset in portafoglio".

Qual è la via d'uscita? "Bisogna vedere come procederà la ristrutturazione del debito e se l'emirato di Abu Dhabi interverrà nuovamente, come avvenuto ad agosto con un finanziamento di dieci miliardi di dollari", dice l'esperta, ricordando che "un fondo sovrano appena nato per investire all'estero è stato autorizzato a curare invece la ristrutturazione del debito di Dubai World". E non bisogna dimenticare che quest'ultima "ha anche una serie di società, fuori dal settore immobiliare, in buona salute, come Dubai Ports".

Di certo, nella situazione attuale, Dubai corre il rischio che la sua Borsa perda il ruolo centrale nella regione che ha avuto finora. "E' una possibilità - dice la Miglietta - E' vero che Dubai ha fatto investimenti in piattaforme tecnologiche così all'avanguardia che oggi beneficia di un certo vantaggio competitivo. Ma certo, non per sempre".

"Realtà come quella del Qatar e del Bahrein potrebbero approfittare di questo momento di crisi per attrarre investitori - conclude - ma non credo che gli investitori faranno due volte lo stesso errore. Se ci saranno società 'scottate' dall'esperienza di Dubai, difficilmente accetteranno di trasferirsi in un altro paese arabo e potrebbero piuttosto decidere di tornare a mercati più consolidati e sicuri".

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