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la progettazione e l’esecuzione furono affidate al geniale architetto Ferdinando Fuga. Ci volle un anno per la posa delle fondazioni
Il Salotto Verde a palazzo della Consulta
Consulta, la storia di quel Palazzo azzurro costruito dalla Chiesa con i proventi del Lotto
Il Salotto Verde a palazzo della Consulta
ultimo aggiornamento: 06 ottobre, ore 14:47
Roma - (Ign) - La Fabbrica della Sagra Consulta fu istituita nel 1732 per volere di Clemente XII. Per reperire fondi Il gioco fu ripristinato per l’occasione con la revoca del divieto e della pena della scomunica. Sullo scrittoio del presidente della Corte Costituzionale il calamaio con cui Napoleone III e Francesco Giuseppe firmarono l'armistizio, a Villafranca
Roma, 6 ott - (Ign) - La Magnificenza di Antonio Bicchierai nella volta del Salotto verde (nella foto). E ancora il celebre dipinto di Giacomo Balla, ‘Il Maggio’. Senza dimenticare il Salotto rosso con una veduta del Canal Grande, opera della scuola del Canaletto.
Il Palazzo della Consulta, che molti conoscono in una celebre incisione di Giovanni Battista Piranesi, è un edificio che racconta una lunga storia. La Fabbrica della Sagra Consulta fu infatti istituita nella primavera del 1732 per volere di papa Clemente XII, il fiorentino Lorenzo Corsini, allo scopo di edificare un “magnifico” palazzo in sostituzione di quello più piccolo che già ospitava la congregazione della Sagra Consulta, organo della giustizia ordinaria, civile e penale, dello Stato pontificio.
La progettazione e l’esecuzione furono affidate al geniale architetto Ferdinando Fuga, fiorentino anch’egli, presto chiamato a Roma quale architetto dei Palazzi apostolici. Fuga contribuì in modo decisivo all’ancora attuale sistemazione del Colle del Quirinale e della piazza, perché oltre al Palazzo della Consulta completò le Scuderie del Quirinale e affiancò alla facciata laterale del Palazzo del Quirinale l’ala detta “Manica lunga”, che si sviluppa per ben 360 metri.
Realizzare il Palazzo della Consulta comportava numerosi problemi, da quelli finanziari a quelli ingegneristici. I primi furono risolti in modo brillante, grazie ad alcuni “tagli alla spesa pubblica”, come si direbbe oggi, e soprattutto grazie ai proventi del gioco del Lotto, ripristinato per l’occasione con la revoca del divieto e della pena della scomunica. Più complessi i problemi geologici, per la ricchezza d’acqua e la friabilità del terreno: qui sorgevano infatti le Terme dell’imperatore Costatino a Montecavallo, l’antico nome del Colle del Quirinale.
Nel nuovo edificio avrebbero dovuto trovare sistemazione adeguata alla dignità cardinalizia, non soltanto la ricordata congregazione ma anche la Segnatura de’ Brevi, che redigeva lettere e “brevi” pontifici, soprattutto indulgenze e dispense papali, e anch’essa affidata a un cardinale.
Tutto questo in un sito a forma trapezoidale, nel quale solo il lato maggiore, per dimensioni e minore asperità del terreno, avrebbe potuto costituire la facciata principale. Il geniale Fuga risolse il problema degli spazi dividendo il palazzo in due parti uguali e con appartamenti identici al piano nobile, sul lato prospiciente la piazza del Quirinale, raggiungibili attraverso un unico scalone d’onore rivolto verso il cortile – sul quale si affaccia con grandi finestre – e formato da due gradinate simmetriche, che si congiungono ai piani ammezzati e che negli anni ’60 sono state prolungate fino al Salone del Belvedere posto all’ultimo piano, dal terrazzo del quale si gode uno dei migliori panorami della Capitale.
Nonostante le difficoltà, ci volle un anno per la posa delle fondazioni, già nel dicembre 1734 era completa la copertura del tetto e poco dopo, al centro della balaustra del terrazzo del Belvedere, fu posta la grande scultura in marmo di Carrara, opera del napoletano Paolo Benaglia, con lo stemma pontificio sostenuto da due statue alate. Nella primavera ’37 si conclusero i lavori e più tardi, sul portone della facciata principale furono poste le statue della Giustizia e della Religione, dello scultore romano Francesco Maini.
In origine il palazzo era di colore azzurro molto chiaro, detto “color aria”, al quale l’odierno bianco panna, scelto alcuni anni fa in occasione del restauro delle facciate, è certo molto più fedele rispetto agli intonaci giallo ocra e “terra romana”. Per descrivere ambienti, affreschi e arredi del palazzo, e in particolare del secondo piano, meglio noto come il piano nobile, bisogna tener conto delle sue diverse destinazioni nel tempo.
Nella storia del palazzo si distinguono infatti tre stratificazioni pittoriche. La prima, in gran parte perduta, risale al tempo della costruzione e fu opera di Antonio Bicchierai e Domenico Biastrini. Del primo si sono conservati alcuni pregevoli affreschi, e in particolare la Magnificenza sul soffitto del Salotto verde, che collega il Salotto rosso destinato al Presidente, con il Salone pompeiano dove la Corte si riunisce in Camera di consiglio.
La seconda stratificazione risale al pontificato di Papa Braschi , Pio VI, ed è perciò dell’ultima parte dello stesso ‘700, opera del lucchese Bernardino Nocchi, che in parte è andata perduta a causa delle sovrapposizioni avvenute nel periodo sabaudo. Restano però quasi integri i suoi dipinti nel Salone pompeiano, con le cinque tempere sulla volta, che illustrano il Ratto di Proserpina, e le decorazioni alle pareti, affreschi in stile pompeiano, restaurati e restituiti all’originale bellezza. Pregevoli anche le quattro virtù cardinali sulle volte di una delle sale poste lungo le facciate laterali, ciascuna delle quali è oggi adibita a studio dei giudici.
Il terzo periodo pittorico è quello sabaudo, ed è opera di Cecrope Barilli, Annibale Brugnoli e Domenico Bruschi. Del parmense Barilli è il dipinto nella volta dello studio del Presidente, La Luce che sconfigge le Tenebre, mentre è di Domenico Bruschi La Pace, nella volta dell’adiacente Salotto rosso. Trofei floreali e stemmi sabaudi sono diffusi un po’ dappertutto, e in particolare affrescano l’intero soffitto della Sala delle udienze.
Tra gli altri quadri esposti nel palazzo, il trittico di Giacomo Balla, ‘Il Maggio’, del primo Novecento, e la grande tela ottocentesca di Giovanni Fattori, Cavalleggeri in campagna durante la II guerra d’Indipendenza, il cui armistizio, a Villafranca, fu firmato da Napoleone III e Francesco Giuseppe utilizzando il calamaio che oggi si trova sullo scrittoio del presidente della Corte e una veduta del Canal Grande della scuola del Canaletto.
Di grande pregio i tre arazzi alle pareti dell’anticamera del presidente: uno del XVI secolo, della manifattura di Bruxelles, raffigura Romolo e Remo con la lupa romana; gli altri due sono manifatture francesi del XVIII secolo, con la storia di David e Salomone, re di Israele.
Busti bronzei dei due primi presidenti della Corte, De Nicola e Azzariti, e marmorei di protagonisti monarchici del Risorgimento (Cavour, D’Azeglio e Ricasoli), insieme con quadri, specchiere, lampadari di Murano, sono posti nei salottini che si aprono lungo i corridoi del piano nobile.
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