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A 5 giorni dallo scandalo il governatore si dimette

Dalla Rai alle regionali del 2005, la parabola di un giornalista prestato alla politica

Piero MarrazzoPiero Marrazzo
ultimo aggiornamento: 27 ottobre, ore 19:08
Roma - (Adnkronos/Ign) - Piero Marrazzo segue le orme del padre e dopo aver raggiunta la notorietà in tv, decide di dedicarsi alla vita pubblica: viene eletto presidente della Regione Lazio quattro anni fa e si ripropone alla carica per le prossime elezione ma lo scandalo lo ferma
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Roma, 27 ott. - (Adnkronos/Ign) - Una vita dedicata al giornalismo, poi la scelta di correre con la coalizione di centrosinistra alle elezioni regionali del Lazio, il 3 e 4 aprile 2005. Il governatore Piero Marrazzo ha rassegnato oggi le sue dimissioni a cinque giorni dallo scandalo scoppiato con gli arresti di quattro carabinieri accusati di averlo ricattato con un video compromettente che lo ritrae con un transessuale. L'ex conduttore di 'Mi manda Raitre' ha guidato la Regione per quattro anni e mezzo, dopo essere stato eletto con 1.628.486 voti, ottenendo 287.825 preferenze in più rispetto alla coalizione che lo sosteneva.

Nato a Roma il 29 luglio 1958, il presidente è figlio di Luigia Spina, italo-americana, e di Giuseppe Marrazzo, giornalista di rango e autore di numerose inchieste su mafia e camorra ma anche sui giovani, sulle tossicodipendenze, sulle categorie sociali. Ereditando la passione del padre, si dedica al giornalismo e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra alla Rai. Qui trascorre vent'anni ricoprendo il ruolo di conduttore e inviato del Tg2, poi di responsabile della testata regionale della Toscana ed ancora, lavora, chiamato da Giovanni Minoli, alla "Cronaca in diretta", a "Drugstories" ed agli speciali "Format". Conduce per otto anni "Mi manda RaiTre", fino a quando accetta di scendere in campo e candidarsi alla sfida delle regionali per la carica di governatore del Lazio, con l'Unione. Marrazzo, sposato e con tre figlie, diventa ambasciatore dell'Unicef, membro della Fondazione Caponnetto, il fondatore del pool antimafia di cui facevano parte Falcone e Borsellino, e della Fondazione Pertini. Un giornalista prestato alla politica, dunque. E forse proprio la poltrona di governatore è la sua sfida più difficile.

Appena eletto alla guida della Regione Lazio, Marrazzo si trova infatti alle prese con il disavanzo sanitario della Regione. Il 4 luglio 2008 assume l'incarico di commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro del deficit. Il risanamento dei conti in rosso è uno dei capitoli che impegna maggiormente il lavoro suo e della sua giunta, insieme all'altro 'tema caldo', la messa a punto del piano rifiuti per uscire dall'emergenza.

Quattro anni e mezzo di lavoro, poi, con l'avvicinarsi della scadenza delle regionali 2010, il governatore esce allo scoperto e annuncia ufficialmente la sua intenzione di candidarsi ancora una volta. Lo fa nel corso dell'assemblea regionale di Sinistra e Libertà, affermando: ''A chi mi chiede se mi candiderò alle prossime regionali rispondo: perché non dovrei farlo? Mi candiderò a difesa dell'esperienza di governo mia e di tutto il centrosinistra''. Centrosinistra che fa quadrato intorno al suo nome e gli rinnova il suo appoggio.

Almeno fino a giovedì scorso quando, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia dell'arresto di quattro carabinieri della Compagnia Trionfale con le accuse di estorsione, violazione della privacy, violazione di domicilio e rapina: i quattro, bloccati dai militari del Ros, avrebbero ricattato Marrazzo per evitare la diffusione di un video che lo ritrarrebbe in un appartamento di via Gradoli, sulla Cassia, durante un incontro con un transessuale.

Mentre la notizia degli arresti occupa le prime pagine dei quotidiani, Marrazzo venerdì decide di non annullare un incontro già fissato a Frosinone sul tema del sistema aeroportuale del Lazio. Poi, torna a Roma. E' atteso a Palazzo Chigi per un vertice tra Governo e Regioni; qui, prima di entrare, il governatore legge ai giornalisti un messaggio, un'autodifesa che suona più come dichiarazione di battaglia: "Amareggiato - chiarisce - vado avanti. Non è la prima volta che si scatena contro di me un attacco che mi colpisce personalmente e politicamente".

Non lo dice chiaramente il governatore ma nelle sue parole è difficile non leggere un riferimento al 'Laziogate', l'inchiesta sui casi di 'spionaggio politico', accessi abusivi nel sistema informatico delle forze dell'ordine per raccogliere informazioni private, fiscali, patrimoniali, per danneggiare i concorrenti di Francesco Storace alla poltrona di presidente della Regione Lazio. Tra questi proprio Marrazzo e la Mussolini. "Quanto è successo è un atto di gravità inaudita e dimostra che nel nostro Paese la lotta politica ha raggiunto livelli di barbarie intollerabili", sottolinea Marrazzo. Si dice "dispiaciuto" che la "brutta" vicenda coinvolga carabinieri ma rivolge comunque un "ringraziamento all'Arma e alla magistratura per il lavoro svolto". Non intende, quindi, mollare il presidente che sgombra subito il campo dall'ipotesi di dimissioni: "pur con grande amarezza, continuerò con serietà e determinazione il mio lavoro fino all'ultimo giorno della legislatura".

Marrazzo che definisce la vicenda "surreale" e di cui, puntualizza, "sono vittima", pensa a sua moglie, alle sue figlie: "Ho una famiglia alla quale tengo più di ogni altra cosa e che voglio preservare con tutte le mie forze - prosegue - Da questo momento, quindi, di questa vicenda parleranno esclusivamente i miei legali". Spiega poi di aver fornito "pieno supporto alla magistratura, e - assicura - continuerò a farlo anche in futuro, in relazione alla delicata indagine ancora in corso condotta dalla Direzione distrettuale antimafia".

A 24 ore dalle sue dichiarazioni, però, Marrazzo torna indietro sui suoi passi e decide di mollare. "Si tratta di una vicenda personale in cui sono entrate in gioco mie debolezze inerenti alla mia sfera privata, e in cui ho sempre agito da solo", ammette. Il governatore "consapevole che la situazione ha ora assunto un rilievo pubblico di tali dimensioni da rendere oggettivamente e soggettivamente inopportuna la mia permanenza alla guida della Regione" decide di autosospendersi immediatamente. La delega passa quindi al vicepresidente Esterino Montino e si "apre un percorso" che porta alle sue dimissioni. La sua decisione di farsi da parte raccoglie il plauso del Pd mentre l'opposizione chiede a gran voce le dimissioni immediate e di tornare subito alle urne.

Chiuso nel suo dramma personale, familiare e politico, i collaboratori più stretti del governatore lo descrivono come un uomo seriamente provato. Lunedì mattina Marrazzo si fa visitare al Policlinico Gemelli, un certificato medico attesterà il suo profondo stato di stress psicofisico: trenta giorni di prognosi per poter riprendere le sue attività. Poi martedì l'epilogo: Marrazzo che decide di lasciare la capitale alla volta di un istituto religioso dove ritrovare serenità e equilibrio, annuncia: "Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla presidenza della Regione Lazio. Comunico con la presente le mie dimissioni definitive e irrevocabili".

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