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Mogol: ''Fenomeno Morandi? Ecco perché non si ripeterà''

ultimo aggiornamento: 06 agosto, ore 20:04
Roma - (Adnkronos) - ''Gli artisti di una volta lasciavano il segno perché erano frutto di una fortissima selezione da parte del pubblico e dei critici; quelli di oggi sono frutto solo di una promozione particolare che deriva dagli show tv''


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Roma, 6 ago. (Adnkronos) - Incide e vende dischi, presenta il Festival di Sanremo in tv, recita nell'unico film italiano presente in concorso a Locarno: non è un giovane sulla cresta dell'onda del successo, ma un uomo che se fosse un impiegato sarebbe in pensione da un paio d'anni, contandone già 67: Gianni Morandi. "E' un fenomeno, come qualcun altro della sua generazione ma come difficilmente potrà diventarlo una giovane leva", commenta all'Adnkronos il padre della canzone d'autore Mogol.

"Perché gli artisti di una volta lasciavano il segno più di quelli di oggi? Perché erano artisti a 360 gradi? - si chiede Mogol - Semplice: perché Morandi, come Celentano o come Battisti o Ranieri e, sul fronte opposto, come Mina o Milva o la Vanoni, erano frutto di una fortissima selezione da parte del pubblico e dei critici; quelli di oggi sono frutto solo di una promozione particolare che deriva dagli show tv, da 'Amici' a 'X Factor' e che li porta direttamente a vincere il Festival di Sanremo alla loro prima apparizione. Hanno più il look giusto che la preparazione adatta".

Per Mogol, "non si agisce più sulla qualità, sul concetto della bravura e della completezza d'artista. Oramai il metro è quello del probabile profitto immediato: va avanti chi si pensa possa subito garantire un ritorno in termini di successo finanziario: dov'è la passione, dov'è il rischio professionale e artistico? Non c'è: anche i dj sono impiegati costretti a passare quello che i discografici impongono. E allora si hanno personaggi che reggono sei mesi, un anno o due al massimo e poi magari scompaiono e avanti il prossimo".

Denuncia Mogol: "Tutto viene deciso nella cabina di regia di due, tre gruppi di settore, completamente staccato dal pubblico e persino dalla critica, quella oggettiva. E' una situazione insovvertibile: purtroppo, nessuna autorità politica dà la giusta rilevanza alla cultura popolare di qualità; nessun governo ha capito la sua importanza".

Eppure, osserva Mogol, "la cultura vera, anche quelle ritenuta 'alta', con la C maiuscola, è sempre stata anche popolare: da Dante che anziché in latino scrive in volgare, a Shakespeare che andava in giro con il teatro ambulante, di piazza e lo stesso vale per il girovago Moliere; da Goldoni e Pirandello che scrissero in dialetto veneto e siciliano le loro commedie e, ai giorni più vicini a noi, al napoletano di Eduardo De Filippo e al grammelot di Dario Fo; allo stesso Mozart che si esibiva nelle feste popolari e private".

Tutta gente - conclude Mogol - che "arriva selezionata dal pubblico, dalla gente; non dalle accademie o dai conservatori e men che meno dai promoter...".


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