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Tra le poche aziende che si sono dotate di questo strumento compare Telecom Italia

Il dipendente azionista, in Italia quasi uno sconosciuto a confronto di altri paesi Ue

ultimo aggiornamento: 24 febbraio, ore 16:56
Le motivazioni, spiega Andrea Casadei, direttore della ricerca di Bilanciarsi, network che opera in merito alle tematiche di Csr, "possono essere ricercate nella ridotta dimensione delle imprese nazionali e nella scarsa finanziarizzazione del mercato locale, così come in un quadro normativo, in Italia, ancora in parte carente"


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Roma, 24 feb. - (Adnkronos) - L'Italia arranca in merito ai piani di azionariato diffuso ai dipendenti, ossia l'offerta di azioni a un prezzo vantaggioso rispetto a quello di mercato, mentre in altri paesi comunitari, e non solo, la pratica inizia a dare i primi frutti. In particolare, sottolinea Andrea Casadei, direttore della ricerca di Bilanciarsi, network che opera in merito alle tematiche di Csr, "secondo l'ultimo studio prodotto dall'European Federation of Employee Share Ownership, nel contesto europeo, l'Italia si attesta in percentuali di azioni diffuse ai dipendenti ben inferiori rispetto a realtà come la Germania, o la Francia, o la Svizzera, o l'Ungheria, in cui una parte cospicua di azioni è trattenuta dai dipendenti".

Le motivazioni, spiega Casadei all'Adnkronos, "possono essere ricercate nella ridotta dimensione delle imprese nazionali e nella scarsa finanziarizzazione del mercato locale, così come in un quadro normativo, in Italia, ancora in parte carente".

Tra le poche aziende che si sono dotate di questo strumento compare Telecom Italia che nel 2010 ha varato il piano di azionariato diffuso, rivolto alla generalità dei dipendenti. Il piano, lanciato nel mese di giugno 2010, ha raccolto l'adesione di circa 9.500 dipendenti (circa il 16% degli aventi diritto) che hanno sottoscritto complessivamente l'87% dell'ammontare massimo di azioni deliberato dal Consiglio di amministrazione (pari a 31 milioni).

Dal punto di vista dei dipendenti, spiega Casadei, "la finalità dell'azionariato diffuso ai dipendenti consiste nel permettere loro di ottenere un guadagno dal maggior apprezzamento delle azioni della società per cui lavorano. D'altra parte, concedendo una parte delle proprie azioni ai dipendenti, la società incentiva la loro partecipazione al rischio dell'impresa e, allo stesso tempo, fa sì che tale partecipazione avvenga attraverso la concessione di agevolazioni al momento dell'acquisto delle azioni della società medesima o di altre società appartenenti al gruppo".

Conseguentemente, "vengono incentivate sia la fedeltà, che la produttività degli stessi dipendenti, nella convinzione che la fidelizzazione rappresenti la garanzia del loro impegno professionale all'interno dell'azienda e, in questo modo, contribuiscano in maniera rilevante a generare valore non solo per i soli assegnatari di stock option, ma anche per gli altri azionisti".

Attraverso i piani di azionariato diffuso, spiega i Casadei, "i dipendenti acquistano il diritto-facoltà di sottoscrivere, gratuitamente o a titolo oneroso, le azioni della società stessa. Tali piani danno luogo ad una forma di investimento alternativa al risparmio e, per tale ragione, oltre agli stock option plan (assegnazione di opzioni ad esercizio differito nel tempo), si possono avere gli stock purchase plan, che prevedono la possibilià' per i dipendenti di utilizzare una parte della propria retribuzione per l'acquisto di azioni della società".

Questa forma di incentivo, ribadisce il direttore della ricerca di Bilanciarsi, "rappresenta uno strumento tramite il quale l'azienda cerca di fidelizzare non solo gli amministratori e il top management, ma anche i dipendenti con retribuzioni non eccessivamente elevate, inclusi nel medio management, o il personale strategico d'azienda".

Tra le obiezioni mosse a questo strumento, quella più rilevante riguarda il campo delle società quotate. Si ritiene infatti che l'investimento azionario deve essere consapevole mentre, con l'azionariato 'popolare', si rischia che il dipendente possa vendere le azioni quando ravvisa i primi segnali negativi. In merito Casadei ritiene che "la creazione di apposite associazioni di dipendenti azionisti possa in qualche modo contribuire a smorzare questi rischi".

Infatti, uno degli obiettivi di queste associazioni, "è sviluppare una cultura finanziaria fra dipendenti-azionisti, ricercando idonee forme di partecipazione di questi ultimi alla vita aziendale, in modo tale che sviluppo imprenditoriale e capacità competitiva si coniughino con i valori positivi della partecipazione, delle pari opportunità e contribuiscano al consolidamento di un mercato più trasparente, e di una società più solidale".


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