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Scendono in campo l'Associazione medici endocrinologi (Ame), l’Associazione italiana medicina nucleare (Aimn) e l'Associazione italiana tiroide (Ait)
Nessun pericolo per la salute dalla nube radioattiva in arrivo dal Giappone
ultimo aggiornamento: 23 marzo, ore 18:07
Non è raccomandata "alcuna misura terapeutica o preventiva, poiché il livello di radioattività è estremamente basso e non eccede in maniera significativa la normale esposizione ambientale"
Roma, 23 mar. (Adnkronos/Adnkronos salute) - Alla luce dell'imminente transito sull’Italia della nube contenente particelle radioattive scaturita dall'esplosione nella centrale in Giappone, scendono in campo l'Associazione medici endocrinologi (Ame), l’Associazione italiana medicina nucleare (Aimn) e l'Associazione italiana tiroide (Ait). "Vogliamo rassicurare la popolazione che si trova nel nostro Paese sul fatto che, a oggi, non esiste alcun rischio di contaminazione", spiegano in una nota congiunta.
Non è, quindi, raccomandata "alcuna misura terapeutica o preventiva, poiché il livello di radioattività è estremamente basso e non eccede in maniera significativa la normale esposizione ambientale". Tuttavia, alla luce delle notizie riguardanti l’esplosione della centrale nucleare giapponese a Fukushima, le tre società scientifiche ritengono opportuno fare alcune precisazioni sulla situazione della popolazione nipponica.
"Le categorie maggiormente a rischio - scrivono - sono le donne in gravidanza e i bambini di età inferiore ai 10 anni. Per quanto riguarda le donne in stato di gravidanza, il vero rischio è a carico del feto, particolarmente sensibile agli effetti nocivi delle radiazioni. Nel primo trimestre di gravidanza, durante la formazione degli organi nel prodotto del concepimento, possono verificarsi malformazioni a vari organi e apparati".
A partire dal secondo trimestre, quando la tiroide è già formata e funzionante, lo iodio radioattivo eventualmente assorbito dalla madre si accumula anche nella tiroide del feto. "Questo può ridurre la capacità della tiroide di produrre ormoni e determinare un quadro di ipotiroidismo congenito", spiegano gli esperti.
Un'altra categoria a rischio aumentato sono i pazienti con insufficienza renale in terapia con dialisi, a causa di una ridotta capacità di eliminare le sostanze radioattive contaminanti e di una maggiore sensibilità alle radiazioni.
Nelle persone che si trovano nelle immediate vicinanze di materiale radioattivo che emette radiazioni con elevata intensità, i danni maggiori e più precoci sono al midollo osseo e all'intestino con conseguente suscettibilità alle infezioni, possibili emorragie e malassorbimento del cibo. Questa condizione si chiama sindrome acuta da radiazioni e si verifica solo per livelli di radioattività molto elevati, non raggiunti nel corso dell’incidente a Fukushima.
Questa minaccia "non riguarda la popolazione generale ma solo il personale che si trova all’interno o nelle immediate vicinanze del reattore al momento dell’incidente. Per la popolazione che vive nelle zone limitrofe, o che mangia alimenti contaminati provenienti dalle zone a rischio, il pericolo deriva dalla possibile ingestione con il cibo o inalazione dall’aria di sostanze disperse in seguito all’incidente". Caratteristico è stato il riscontro di latte radioattivo in seguito all’incidente di Chernobyl come conseguenza dell’erba contaminata mangiata dalle mucche.
Le sostanze rilasciate in seguito all’incidente sono, oltre allo iodio 131, lo Stronzio-90, assorbito dall’osso, che può causare tumori ossei e leucemia; il Cesio-137 che si accumula con preferenza nei muscoli; il Plutonio che è tossico soprattutto se viene inalato e può causare tumori del polmone. Per arginare un'eventuale esposizione a sostanze radioattive, la somministrazione di un eccesso di iodio non radioattivo, sotto forma di ioduro di potassio (KI) può ridurre, fino a bloccare, l’accumulo dello iodio radioattivo all’interno della tiroide.
Sulle possibili malattie che la popolazione giapponese rischia di contrarre a livello delle ghiandole endocrine, i medici ricordano che l’unica ghiandola endocrina che corre il rischio di ammalarsi in seguito alla contaminazione da sostanze radioattive è la tiroide. "L'esperienza di Chernobyl - concludono gli esperti - ci ha insegnato che i tumori della tiroide indotti dalle radiazioni compaiono dopo circa 10-20 anni. E' necessaria, pertanto, anche se limitata alle sole zone esposte alla sorgente radioattiva, la sorveglianza medica per tutta la vita dei soggetti eventualmente contaminati".
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