
Novità introdotte dal Dlgs 121/11
Dagli ospedali tonnellate di 'rifiuti elettromedicali', nodo smaltimento
ultimo aggiornamento: 27 giugno, ore 14:06
Un dispositivo medico in fin di vita è un tesoro da cui è possibile ricavare rame, ferro, acciaio, alluminio, vetro, plastiche e le cosiddette terre rare
Milano, 27 giu. (Adnkronos Salute) - Gli ospedali hanno un problema ingombrante da affrontare: producono ogni anno montagne di rifiuti elettronici ed elettrici. Sono gli apparecchi elettromedicali, che hanno una data di nascita e di morte ed esaurito il loro ciclo di vita devono essere smaltiti. Una 'grana' non di piccole dimensioni: un'azienda ospedaliera "produce in media 50 tonnellate di 'rifiuti elettromedicali' (Raee, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) in un anno", stimano gli esperti. "Tenuto conto che nella sola Lombardia le aziende ospedaliere sono circa un centinaio, con un rapido calcolo ci si può rendere conto della dimensione del problema".
Del resto basta guardare i conti: ogni anno, secondo le statistiche ricordate in un incontro sul tema da Paolo Lago, dell'Ingegneria clinica del Policlinico San Matteo di Pavia, in un ospedale italiano "si spendono in media 110 milioni di euro per l'acquisto di dispositivi medici". Molto pesa l'area della cardiologia interventistica con stent, valvole e così via. Ma nel 'pacchetto' degli acquisti ci sono anche apparecchi elettrici ed elettronici, usati per esempio per la diagnostica. Quando 'muoiono' che fine fanno? "Nella maggior parte dei casi vengono trattati come un banale asciugacapelli o un ferro da stiro, e questo è un rischio perché avrebbero bisogno di maggiore cautela". A denunciarlo all'Adnkronos Salute è un addetto ai lavori, Candido Manzoni, Ad della società Lavoro e ambiente.
Manzoni è un 'recuperatore'. Ai suoi occhi un apparecchio elettromedicale in fin di vita è un tesoro da cui è possibile ricavare rame, ferro, acciaio, alluminio, vetro, plastiche e le cosiddette terre rare, gruppo di 17 elementi chimici, materiale prezioso usato in molti apparecchi tecnologici. Nella lista dei materiali che si recuperano c'è persino l'oro che si trova nelle schede elettroniche. Ma il problema è che questi rifiuti vanno maneggiati con cura. "Da un punto di vista legislativo e pratico - osserva Manzoni - buona parte degli elettromedicali vengono 'catalogati' come un normale elettrodomestico. Persino un frigorifero viene ritenuto più pericoloso in quanto portatore di cloro fluoro carburi - gas usati per refrigerare molto dannosi per l'ambiente - e viene trattato con più attenzione anche sul fronte sanzionatorio. Ma non si considera che alcuni apparecchi elettromedicali hanno al loro interno, per esempio, griglie piene di sostanze ematiche raggrumate e sieri di ogni tipo".
Se ne sono accorti, in fase di smontaggio, gli addetti che trattano questo tipo di rifiuti: "Ci siamo resi conto che stavamo sottoponendo gli operatori a rischi non calcolati", sottolinea Manzoni, che ha promosso una serie di incontri, l'ultimo a Varese, con gli operatori del mondo della sanità interessati dal problema (amministratori, direttori sanitari, ingegneri clinici e tecnici) per approfondire i nodi critici ancora da sciogliere. "Spesso ci è capitato di avere a che fare con apparecchiature con ancora attaccato il simbolo che indica la presenza di materiale batteriologicamente infetto", spiega.
L'esperto fa notare che le novità introdotte dal Dlgs 121/11, che ha fatto rientrare un certo numero di illeciti ambientali nell'ambito di applicazione della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti, rendono particolarmente delicato l'aspetto gestionale della dismissione di apparecchi potenzialmente pericolosi. Nel caso degli elettromedicali, incalza, occorre monitorare ogni momento del ciclo di vita "con particolare attenzione al momento della dismissione". Alla valutazione dell'eventuale pericolosità dell'apparecchiatura "dovranno poi seguire una serie di procedure volte alla salvaguardia degli operatori e dell'ambiente".
Va verificata, secondo l'esperto, anche l'idoneità del fornitore che dovrà provvedere al recupero e allo smaltimento. "Se un operaio si ferisce seriamente o è contaminato o intossicato mentre sta operando su un apparecchio medicale - precisa Manzoni - è un problema anche per chi ha consentito che lo strumento girasse in camion senza le dovute cautele. Diverse strutture sanitarie, purtroppo, non hanno un regolamento per la gestione del fine vita degli apparecchi elettromedicali". Questi strumenti "devono essere sanificati e messi in condizione di essere smontati senza rischi, richiederebbero più regole e certificati di messa in sicurezza". Quanto ai costi, "procedere al recupero di questi prodotti non è caro - conclude Manzoni - Anzi può trasformarsi in una risorsa: basti pensare che praticamente tutte le parti di un elettromedicale possono essere recuperate, in una percentuale pari al 95%".
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