Sostenibilita > Risorse > Dalla legge Galli al dl Ronchi, il cammino della privatizzazione del servizio idrico

Con l'attuale formulazione dell'articolo 15 si obbligano gli enti locali a mettere sul mercato l'acqua
Dalla legge Galli al dl Ronchi, il cammino della privatizzazione del servizio idrico
ultimo aggiornamento: 18 marzo, ore 17:29
Il decreto legge che porta la firma del ministro delle Politiche Ue da un lato ribadisce come la proprietà dell'acqua sia pubblica e dall'altro archivia tutte le gestioni in house entro il 31 dicembre 2011 a meno che, entro questa data, la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. L'acqua è un bene comune', teatranti in piazza di Spagna contro la privatizzazione.
Roma, 18 mar. - (Adnkronos) - Oltre tre mesi fa, a novembre, è stata approvata la riforma del servizio idrico che, di fatto, privatizza definitivamente la gestione dell'acqua. La novità è stata introdotta con il via libera definitivo dell'Aula della Camera al decreto legge Ronchi sugli obblighi comunitari che ne disciplina la gestione in una norma ad hoc. Ma l'oro blu ne ha già 'passate' tante nell'ultimo secolo e questo è stato l'ennesimo cambiamento che, più di tutti gli altri, ha messo nell'angolo la gestione pubblica e ha ampliato gli spazi per quella privata.
La storia parte da lontano. Fu sotto il governo Giolitti che venne approvata la legge nazionale per la municipalizzazione degli acquedotti. Una scelta scaturita dai problemi igienico-sanitari, dagli alti costi per i cittadini e dalla necessità di estendere il servizio alle fasce più povere della popolazione. Novantuno anni dopo, con la legge Galli, é iniziato invece il processo di privatizzazione. La legge del 5 gennaio 1994 n.36, come spiega Paolo Carsetti, segretario del Forum italiano dei movimenti per l'acqua, "ha sancito, infatti, il principio del full recovery cost. Principio in base al quale tutto il costo della gestione del servizio idrico deve essere caricato sulla bolletta e non é più, quindi, la fiscalità generale a farsene carico".
In particolare con la legge Galli viene stabilito che ognuno paga in bolletta il 7% di quanto il gestore ha investito. L'acqua, però, doveva essere comunque gestita dagli enti locali. La legge Galli, argomenta l'idrogeologo, ha comunque il merito di aver riorganizzato il servizio.
Fino a quel momento c'era stato un forte spezzettamento dei gestori del servizio. All'interno dello stesso territorio ce ne erano tanti: uno che faceva fronte ai servizi di captazione, uno per l'adduzione ed un altro per la depurazione. Uno spezzettamento che aveva portato alla presenza di "un numero di gestori superiore a quello dei comuni". Di fronte a questo stato di cose, la Legge 36 ha introdotto "il concetto di ciclo integrato dell'acqua e quindi la necessità di un unico gestore per l'intero ciclo. A questo fine ha individuato gli Ambiti Territoriali Ottimali (Ato) in corrispondenza (almeno in linea teorica) dei bacini idrografici (in realtà sono stati ricalcati i confini amministrativi).
Nel 2000 é arrivato il Tuel, il Testo Unico Enti locali che ha previsto tre modalità di affidamento per la gestione del servizio idrico: alle Spa private scelte con gara; alle Spa miste pubblico-private e infine alle Spa pubbliche tramite affidamento diretto. Di fatto però, rileva il segretario Fima, "in molti casi le gare non si sono svolte e in ogni caso nel Tuel é rimasta, se pure in parte residuale, la possibilità di gestire l'acqua attraverso enti di diritto pubblico". Sei anni dopo é intervenuto il decreto legislativo 152 del 2006 che ha ribadito le tre modalità di gestione fissate dal Tuel.
Nel 2008, poi, la cosiddetta manovra estiva, varata con il decreto 112 del 25 giugno 2008 (Legge 133 del 2008) ha introdotto altre novità prevedendo, in particolare, che "le modalità ordinarie sono quelle dell'affidamento ai privati tramite gara e che, solo in via derogatoria, l'affidamento può essere fatto senza gara e verso società a totale capitale pubblico, le cosiddette in house, in linea con i tre criteri Ue. Il decreto - evidenzia Carsetti - ha poi demandato altri dettagli, incluso il regime transitorio, ad una serie di decreti attuativi che, però, non sono mai arrivati".
Nel 2009, infine, il governo ha deciso di introdurre le misure contenute nel decreto sugli obblighi comunitari dando seguito a ciò che era rimasto sospeso. La riforma dell'acqua é contenuta in particolare nell'articolo 15 del decreto legge. Articolo che da un lato ribadisce come la proprietà dell'acqua sia pubblica; dall'altra però manda in soffitta tutte le gestioni in house entro il 31 dicembre 2011 a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati.
La norma, in particolare, prevede due modalità per la gestione dell'acqua in via ordinaria ed un'altra in via straordinaria. Si stabilisce così che la gestione del servizio idrico debba essere affidato ad un soggetto privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica oppure ad una società mista (pubblico-privato) nella quale il privato sia stato scelto con gara. Oppure, ed é il caso straordinario, la gestione del servizio idrico può essere affidata ("in casi eccezionali") in via diretta, vale a dire senza gara, ad una società privata o pubblica.
In tal caso, però, si deve in primo luogo trattare di una società in house, ossia una società su cui l'ente locale esercita un controllo molto stretto; in secondo luogo, l'ente locale deve presentare una relazione all'Antitrust in cui motiva la ragione dell'affidamento senza gara. In terzo luogo, l'Antitrust deve dare il proprio parere.
Poichè, come noto, ad oggi sono già moltissimi i casi di affidamento in house, il decreto mette nero su bianco il da farsi nella fase transitoria. Il provvedimento, infatti, prevede nel dettaglio che le gestioni in house debbano tutte decadere entro il 2011, a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. Resta comunque possibile per la società spiegare all'Antitrust i motivi per cui ricorra il caso straordinario che permette l'affidamento diretto.
Nella sostanza, però, come denunciato anche dal segretario del Forum italiano dei movimenti per l'acqua , si stabilisce che "cesseranno tutti gli affidamenti in house al 31 dicembre 2011 visto che potranno proseguire fino alla naturale estinzione del contratto solo quelle società in house che si trasformeranno in una società mista con un 40% in mano ai privati. Di fatto insomma con l'attuale formulazione dell'articolo 15 si obbligano gli enti locali a mettere sul mercato l'acqua".
articoli correlati
tutte le notizie di Risorse



































