
L'invito a Durban
Popolazioni indigene a rischio a causa dei cambiamenti climatici
ultimo aggiornamento: 29 novembre, ore 14:55
Da Survival International l'appello a difesa di chi vive a stretto contatto con la natura
Durban, 29 nov.(Adnkronos) - Dall'Artico alle Ande, passando per l'Amazzonia e le isole dell'Oceano Pacifico, sono i popoli indigeni a subire, più di altri, le conseguenze dei cambiamenti climatici, perché la loro vita dipende direttamente dall'ambiente che li circonda. Lo rileva il rapporto sulla relazione tra cambiamenti climatici e popoli indigeni di Survival International che, dopo Copenhagen, rinnova a Durban l'appello a difendere queste popolazioni indigene dai pericoli che le minacciano.
Il rapporto offre qualche esempio, come il caso degli Inuit che denunciano da anni lo sconvolgimento del loro habitat, il ghiaccio si sta sciogliendo e per loro è sempre più difficile cacciare, pescare e viaggiare da un villaggio all'altro; stesso problema per gli allevatori di renne Sami di Finlandia, Norvegia, Russia e Svezia che denunciano la diminuzione delle greggi a causa delle difficoltà per le renne di trovare cibo, mentre l'invasione di insetti in Canada sarebbe originata dall'aumento delle temperature e ha provocato la distruzione di milioni di acri di pini da cui dipende la vita di popoli come i Tlàztèn.
Per combattere i cambiamenti climatici sono state prese molte misure, tra accordi formali sottoscritti nell'ambito della convenzione quadro delle Nazioni Unite dai firmatari del protocollo di Kyoto e misure volontarie adottate da organizzazioni, governi e società. Alcuni di questi, però, rischiano di trasformarsi in minacce per le popolazioni indigene.
Ad esempio, i biocarburanti, proposti come alternativa ai combustibili fossili, se coltivati nelle terre degli indigeni possono avere gravi ripercussioni. Se l'espansione dei biocarburanti continuerà come previsto, Survival International calcola che 60milioni di indigeni perderanno la loro terra, come è già accaduto ai Guarani del Brasile. Stesso discorso vale per l'energia idroelettrica, con le grandi dighe che stanno distruggendo le terre e sfrattando intere popolazioni.
Nel tentativo di frenare la deforestazione nel mondo, sono stati concepiti strumenti come il Reed (Ridotte emissioni da deforestazione e degrado delle foreste) per incoraggiare i Paesi in via di sviluppo a proteggere le loro foreste grazie a fondi stanziati dai Paesi sviluppati. Uno dei meccanismi di attuazione prevede la trasformazione del carbonio stivato nelle foreste in crediti che i Paesi sviluppati possono poi comprare per bilanciare le loro emissioni.
Secondo i popoli indigeni, il mercato delle quote del carbonio rischia di far attribuire un valore monetario enorme alle loro foreste scatenando la corsa all'accaparramento delle loro terre. Un'ampia parte delle foreste del mondo passibili di essere inserite negli schemi Reed, infatti, è territorio tradizionale indigeno, e i meccanismi Reed potrebbero ostacolare il riconoscimento dei diritti alla terra dei popoli indigeni o anche solo giustificarne il mancato rispetto
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