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Calabrese sulla campagna di New York: "Noi in anticipo di 10 anni con piatti giusti e snack sani"

L'Italia leader mondiale nella guerra alle maxi porzioni con la qualità

ultimo aggiornamento: 02 febbraio, ore 15:50
Per perdere peso e guadagnare salute la prima regola è 'far dimagrire' il piatto'


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Milano, 2 feb. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - "Riduci le porzioni, riduci il rischio". E' lo slogan protagonista della nuova campagna anti-obesità partita in questi giorni a New York, per convincere i cittadini che per perdere peso e guadagnare salute la prima regola è 'far dimagrire' il piatto. Una battaglia in cui l'Italia è stata apripista nel mondo, osserva Giorgio Calabrese, docente di Nutrizione umana all'universita' del Piemonte Orientale di Alessandria. "In questo - precisa l'esperto all'Adnkronos Salute - gli americani arrivano un decennio dopo di noi, che abbiamo lanciato per primi il concetto di mezza porzione e avviato un'alleanza virtuosa con il mondo dell'industria alimentare. Le aziende del nostro Paese sono le migliori nel mondo e rispettano le regole più rigide", assicura lo specialista che promuove soprattutto l'idea dei "piccoli snack fuoripasto, sani ed equilibrati".

La guerra dichiarata dal Dipartimento della Salute della Grande Mela ai mega-piatti stile fast food "per l'Italia non è certo un'offensiva nuova", dice Calabrese. Fu proprio il nutrizionista, quando era componente della Commissione scientifica alimentazione e salute dell'allora ministro Girolamo Sirchia, a proporre la via delle mezze porzioni come strategia di alimentazione sana. Per tutti, a ogni età. Un concetto dettato da quel buon senso "inizialmente radicato nella mentalità della gente comune - spiega l'esperto - ma poi fatto proprio dall'industria alimentare italiana, anche sulla base degli indirizzi dati da noi nutrizionisti clinici".

La filosofia del 'piatto pieno a poco prezzo' ha trovato la sua culla nelle società nordamericana e nordeuropea, ma "con la globalizzazione si è diffusa in tutto il mondo arrivando a 'contagiare' anche i Paesi orientali", riflette Calabrese. L'Italia invece resiste, o comunque ha iniziato ben prima degli altri a correre ai ripari: "Se all'estero vai al ristorante e chiedi una bistecca, ti arrivano anche 300 grammi di carne, mentre da noi ne servono un etto e mezzo - esemplifica il nutrizionista - Se chiedi un piatto di riso o di pasta, i nostri ristoranti te ne danno 80 grammi, contro i 120-150 di quelli stranieri. Non solo: stanno anche attenti al condimento, perché un conto è il sugo di pomodoro e un altro è la carbonara". Secondo Calabrese, insomma, nel Belpaese il concetto di 'piatto giusto' è già ben saldo. Sia nel mondo della ristorazione sia in quello dell'industria alimentare, che con gli spezzafame a misura di spuntino propone "in poco 'spazio' la giusta dose di energia e il giusto apporto di nutrienti".

Oltre a essere in ritardo di 10 anni rispetto all'Italia, prosegue Calabrese, "gli americani ci stanno 'copiando' anche in modo sbagliato. Credono infatti che sia sufficiente ridurre le quantità, ma è anche un problema di qualità". Il vecchio, sano principio del 'poco ma buono'.

"A chi, ad esempio, demonizza o teme snack e merendine - sostiene il nutrizionista - bisogna far capire che i piccoli fuoripasto, così come sono concepiti oggi, riescono a garantire la dose ideale di energia apportando pochi grassi, la giusta quantità di proteine e carboidrati a 'pronta presa'". Zuccheri, cioè, utili "al bambino che fa colazione prima di andare a scuola o che fa uno spuntino a metà mattina", ma anche "all'anziano che deve abituarsi a mangiare porzioni piccole". Inoltre, "se il fuoripasto contiene per esempio anche latte e cereali, permette di assumere vitamine, acido linoleico e fibre che fanno produrre meno insulina". Senza considerare poi, osserva ancora l'esperto, che spesso 'più piccolo' significa anche 'più buono', perché "con le mini-porzioni ci si abitua ad assaporare meglio l'alimento, mangiandolo piano e gustandolo meglio".

Lo specialista conclude sfatando un altro falso mito: "molto spesso consumare un alimento completamente privo di zuccheri è controproducente - avverte Calabrese - perché questa totale assenza crea un 'vuoto', lascia un desiderio che alla fine ti porta a mangiare altri alimenti, magari più ricchi di grassi".


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