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Valorizzazione del patrimonio storico e stop alle megalopoli-alveare
Geoarchitettura, una filosofia dell'abitare ecocompatibile
ultimo aggiornamento: 25 novembre, ore 16:22
Una disciplina costruttiva che vuole coniugare l’esigenza dell’abitare a quella del vivere
Roma, 25 nov. (Adnkronos) - La geoarchitettura ha radici lontane, la parola fu inventata da Le Corbousier che la usò per la prima volta nel suo libro "Les trois étabilissements humains" del 1959 dove il grande architetto esponeva la sua dottrina urbanistica. In buona sostanza, ogni costruzione sulla terra ne altera il suo profilo ed è potenzialmente dannosa. Ogni edificio, ogni struttura influenza il territorio su cui è costruito e può avere effetti anche su aree da esso lontane.
Questo pone all’architetto progettista una serie di riflessioni e vincoli. Le megalopoli alveare, che crescono inarrestabilmente concentrando una serie sempre più ingestibile di problemi, dai rifiuti ai servizi di trasporto, non hanno futuro. Ed è da questa consapevolezza che nasce la geoarchitettura, una disciplina costruttiva e prima ancora quasi una filosofia che vuole coniugare l’esigenza dell’abitare a quella del vivere, affrontando e risolvendo le differenze che ancora dividono l’umanità in una minoranza di privilegiati ed una maggioranza di sfruttati.
Il ruolo di una archiettura così pensata è quello di comunicare ideali condivisi, utilizzando i patrimoni comuni e valorizzando l’esistente, più che sviluppando o insediando nuove aree abitative. Un riposizionamento globale oggi facilitato da sistemi di reti interconnesse che consentono ottimizzazioni di gestione e diminuzione di sprechi ed emissioni. Paolo Portoghesi, uno dei più grandi architetti italiani, diceva in una sua recente intervista: “il motto deve essere 'smettiamo di svilupparci'. Dobbiamo favorire la decrescita e vivere in un mondo che non cerca più di consumare e costruire, ma che riduce i nostri consumi e sprechi; io sono per la sostenibilità ma non per lo sviluppo sostenibile”.
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