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Sui cantieri del nuovo Canale di Suez, la sfida del faraone al-Sisi

Sullo scavo lavorano 15.000 persone 24 ore su 24, obiettivo è completarlo in un anno

ECONOMIA
Sui cantieri del nuovo Canale di Suez, la sfida del faraone al-Sisi

(Dall'inviato Giuseppe Rizzo) - Nel deserto egiziano a ovest di Ismailia, a metà strada tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, si lavora alacremente allo scavo del secondo Canale di Suez e alla creazione della adiacente area logistica, che in questa zona si estenderà per poco meno di un chilometro dallo scavo. "Sono all'opera 60 ditte, che impiegano oltre 15.000 persone", spiega il brigadiere generale Tarek Afiz, responsabile della sicurezza del cantiere, ai primi giornalisti stranieri a cui venga permesso di accedere all'area dello scavo. "Si lavora 24 ore su 24 e senza ferie", dice con una battuta l'alto ufficiale egiziano, ma è chiaro che non scherza affatto.

Ad agosto il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato che il progetto per il raddoppio del Canale, appena avviato, dovrà essere concluso in un anno e non entro i tre previsti inizialmente. La gestione del progetto è affidata all'esercito e forse per questo sul cantiere si parla ancora di al-Sisi come del "generale", nonostante abbia dovuto sacrificare la divisa alla rapida ascesa politica. "Ci sono 500 milioni di metri cubi di sabbia da estrarre - spiega Afiz - è un lavoro impegnativo, ma il generale ha detto che va fatto in un anno e così sarà".

Anche presso la sede dell'Autorità del Canale di Suez, poco lontano dallo scavo, si ostenta sicurezza sulla tempistica dell'operazione faraonica. "I tempi sono strettissimi, ma siamo in grado di realizzare l'opera entro la data annunciata dal generale", assicura Mahmoud Rezk, responsabile per la Pianificazione e la ricerca. E soprattutto - dice - sarà un'infrastruttura sicura. Il Canale lambisce la penisola del Sinai, dove dalla rivoluzione del 2011 e soprattutto dalla destituzione del presidente islamico Mohamed Morsi nel 2013, i gruppi jihadisti si sono riorganizzati e rafforzati.

"La sicurezza del Canale sarà garantita, come lo è ora, da una massiccia presenza militare lungo il suo corso", dice Rezk, confermando quanto hanno scritto alcuni giornali in merito alla costruzione di "tratti di muri lungo il corso del Canale a maggiore garanzia della sua sicurezza". Dove saranno costruiti è ancora da definire. "Ma il Canale già oggi è sicuro - dice - basta pensare che in tre anni di rivoluzione il traffico non si è mai fermato ed è anzi aumentato. Ad agosto 2014 abbiamo avuto le entrate più alte della storia, 500 milioni di dollari contro i 454 del 2013. Tra gennaio e agosto abbiamo guadagnato 3,6 miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo del 2013 erano 3,3".

Il Canale artificiale inaugurato nel 1869 misura 193 km e per percorrerlo le navi mercantili che dall'Asia vanno verso l'Europa e viceversa impiegano 18 ore, sette delle quali di attesa perché in alcuni tratti più stretti si procede a senso alternato. Con il nuovo canale - un braccio da 72 km - i tempi di attesa saranno annullati e la tratta completa richiederà solo 11 ore. In questo modo, quando nel 2023 dovrebbe essere raggiunta la piena operatività, ogni giorno 97 navi attraverseranno il Canale contro le 49 di oggi e le entrate per lo Stato egiziano, proprietario dell'infrastruttura, passeranno da cinque a 13 miliardi di dollari.

"L'Egitto diventerà un centro logistico e commerciale di importanza mondiale, grazie alla creazione lungo il Canale di aree industriali nuove, e riuscirà ad attrarre molti investimenti internazionali", dice Rezk illustrando il progetto. L'idea è quella di creare lotti destinati ai settori più vari, dall'assemblaggio di auto alle raffinerie, dai cantieri navali alla costruzione e manutenzione di container. Con il materiale estratto nello scavo si progetta inoltre di creare bacini per la pesca, "che contribuiranno a risolvere il problema della nutrizione, in una zona prevalentemente desertica", dice ancora Rezk che prevede quindi la nascita di "nuove zone di sviluppo urbano" intorno al Canale.

A operatività completa, si dice, il Canale di Suez 2 offrirà nuove opportunità di lavoro a un milione di egiziani, dopo che l'economia del paese è stata messa in ginocchio da tre anni di disordini e da un crollo vertiginoso del turismo, prima industria nazionale. Al-Sisi è stato molto abile a presentare la grande impresa del Canale, di cui in verità si parlava già ai tempi di Hosni Mubarak, come il "progetto degli egiziani". Sono tutte egiziane, ad esempio, le ditte che lavorano allo scavo, almeno nella prima fase, fino a quando i tempi stretti non richiederanno l'aiuto di altri paesi.

E sono tutti egiziani anche i fondi con cui il progetto è finanziato. Il governo ha affidato a quattro banche la vendita di titoli cartolarizzati a 5 anni, con un tasso di interesse del 12%. La regola è che i titoli siano venduti solo a egiziani, anche in quote minime. La vendita è cominciata il 5 settembre e i risultati, stando ai dati ufficiali, sono oltre le aspettative. Il governatore della Banca Centrale, Hisham Ramez, ha annunciato che nel primo giorno gli egiziani hanno comprato 419,5 milioni di dollari di titoli. Il costo totale dell'opera è di otto miliardi di dollari (quattro per il Canale e quattro per i tunnel che collegheranno le due rive e per altre infrastrutture) e ieri, sempre secondo dati ufficiali, è stata raggiunta quota 6,8 miliardi.

A Canale completo, si spera, arriveranno gli investitori stranieri, interessati a sfruttarne le potenzialità. Si punta sugli immancabili paesi del Golfo, ma soprattutto sui giganti asiatici come la Cina, i più interessati a semplificare e incrementare il transito delle loro merci verso Ovest. Ad agosto al-Sisi è stato in Russia per incontrare Vladimir Putin. Una mossa inedita, visto che, come mai aveva osato nessuno dei suoi predecessori, a poche settimane dal suo insediamento ha preferito vedere il presidente russo prima ancora di incontrare quello americano.

Secondo la radio 'Voce della Russia', Mosca è pronta a dare al Cairo importanti prestiti finanziari e punta a creare, in prossimità del Canale, una sua zona industriale, soprattutto nei settori di petrolio, gas, miniere e assemblaggio di auto e macchine industriali. "Per gli investimenti non ci sono restrizioni - spiega Rezk - tutto il mondo è invitato a partecipare. La Russia ha già dimostrato interesse, ma non abbiamo dato ancora una risposta, aspettiamo che sia pronto il piano definitivo del nostro progetto".

Il Cairo ci tiene a far vedere, all'estero come in patria, che la grande macchina del Canale lavora senza intoppi, che il governo ha il denaro e soprattutto il consenso per andare avanti. Sul cantiere, mentre il brigadiere generale Afiz mostra gli scavi ai giornalisti stranieri, una folla radunatasi forse non proprio spontaneamente (la prima città è a qualche chilometro e l'accesso allo scavo è blindato) sventola bandiere, loda al-Sisi e scandisce senza sosta "Tahia Masr!" ("Viva l'Egitto!").

"Se il presidente dice un anno, sarà un anno, non c'è dubbio", dice Hany Abdraham, reporter di al-Masri al-Youm, anche lui sul cantiere. "Dopo tre anni di rivoluzioni, l'Egitto ha bisogno di un progetto nazionale per riunire la popolazione intorno alla sua leadership. Credo che, se Dio vuole, riusciremo a finire in tempo e avremo successo", aggiunge Sayed Ibrahim, giornalista del quotidiano governativo al-Ahram. Ma dalle pagine della stampa internazionale arrivano invece le prime grane, come un recente articolo del Guardian che denuncia la distruzione di 1.500 case e l'immimente abbattimento di altre 5.000 sul luogo dello scavo. Tutto senza alcun risarcimento.

"Diritti umani violati? - dice il giornalista Ibrahim - La terra è del Canale e quella gente la occupava abusivamente". E Rezk assicura che si "troverà una soluzione, una sistemazione", per gli sfollati. Ma per qualcuno i dubbi sul progetto del secondo Canale sono anche di natura tecnica. "Secondo gli standard ingegneristici internazionali, servono studi tecnici, economici e di impatto ambientale che richiedono almeno un anno. Ma nel progetto non ce n'è traccia", dice Haitham Mamdouh, che all'Università di Alessandria si occupa di ingegneria e idraulica.

E secondo Neil Davidson, analista del centro britannico di studi marittimi Drewry, la formula del successo del Canale non è completamente nelle mani dell'Egitto. "Il livello di uso del Canale - ha detto al Guardian - dipende innanzitutto da fattori commerciali macroeconomici su base mondiale, quindi ben oltre la portata dell'Egitto".

Ma sul cantiere non c'è alcuno spazio per la polemica. Ogni meccanismo del grande ingranaggio del Canale è studiato per portare consensi al nuovo faraone al-Sisi, anche in vista delle elezioni parlamentari di novembre. E gli argomenti a cui si ricorre sono tanti. "Pensate - dice Rezk ostentando soddisfazione - che gli israeliani volevano costruire una ferrovia al di là del Sinai e proporla come alternativa al Canale. Ma noi li abbiamo battuti sul tempo. La loro ferrovia non sarà mai in grado di trasportare 38 milioni di container all'anno come già facciamo noi. Le stesse merci israeliane - conclude compiaciuto - passano dal nostro Canale".

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