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Mo: la guerra per l'oro blu, il nodo nascosto dietro i raid su Gaza

POLITICA
Mo: la guerra per l'oro blu, il nodo nascosto dietro i raid su Gaza

Un nodo ancora irrisolto alimenta da anni il conflitto tra israeliani e palestinesi: il controllo delle acque della regione. Si tratta di uno degli aspetti fondamentale per comprendere una guerra che va avanti ininterrottamente dal 1948, tra accelerazioni verso la pace e frenate improvvise.

Il controllo dell''oro blu' è diventato con gli anni un elemento sempre più strategico per israeliani e palestinesi, dato anche l'aumento demografico nell'area. In linea di massima i bacini idrici sono due: una falda acquifera sotterranea che percorre Israele e la Cisgiordania, dalla Galilea al deserto di Beer-Sheva, e il fiume Giordano con i suoi immissari. I sistemi di accesso a entrambi i bacini sono controllati direttamente o indirettamente da Israele.

I palestinesi hanno sempre denunciato le difficoltà di accesso alle risorse idriche. La questione era già stata affrontata nel summit di Oslo del 1993, tappa cruciale del processo di pace del conflitto arabo-israeliano. Nella capitale norvegese si era arrivati a un accordo sulla ripartizione e sull’accesso alle risorse idriche che, tuttavia, non è mai stato attuato. Per fare un esempio, Israele avrebbe dovuto vendere a Gaza 10 milioni di metri cubi l’anno. Per anni sono stati venduti solo cinque milioni di metri cubi.

A distanza di oltre 20 anni da Oslo, la situazione oggi è ben più grave in Cisgiordania e soprattuto nella Striscia di Gaza, dove centinaia di migliaia di persone non hanno acqua potabile e hanno difficoltà ad accedere a servizi fondamentali, come cibo in quantità adeguata e medicinali.

Nella Striscia, infatti, ci sono minori risorse idriche a disposizione rispetto alla Cisgiordania. Il problema è acuito dalla densità demografica dell'enclave (a Gaza vivono 1,6 milioni di persone in 365 chilometri quadrati), da una rete di distribuzione idrica antiquata e da un sistema fognario disastrato.

Va considerato, inoltre, che l'economia di Gaza è basata principalmente sull'agricoltura e la scarsità di risorse a disposizione implica ripercussioni anche sulla sicurezza alimentare della popolazione. A peggiorare ulteriormente il quadro c'è il fatto che la falda principale a cui attingono gli abitanti della Striscia è in gran parte contaminata. Si calcola che circa il 95% dell'acqua disponibile non è potabile a causa di elementi inquinanti.

Secondo Oxfam, i nuovi raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza hanno aggravato se possibile la situazione. Almeno 395mila le persone - spiega l'ong internazionale - hanno gravi difficoltà di approvvigionamento a causa dei danni provocati dai bombardamenti agli impianti idrici e alla rete fognaria.

La minaccia proveniente dall'alto rende difficile anche sopperire al deficit idrico con il sistema di autobotti finora adottato per far arrivare acqua potabile nelle zone suburbane della Striscia. "Prima della guerra a Gaza, compravo circa mille litri di acqua potabile dalle autobotti, ma in questi giorni questi mezzi non arrivano nei quartieri periferici. Io e la mia famiglia non abbiamo più acqua potabile", spiega all'agenzia Xinhua Aamer al-Khour, un abitante dell'enclave palestinese.

Lo stop all'utilizzo di autobotti e agli altri servizi forniti nella Striscia è stato deciso due giorni fa dall'Autorità per l'Acqua di Gaza. In una nota l'Agenzia ha annunciato lo stop a tutte le sue attività dopo che alcune delle sue squadre impegnate sul territorio erano state oggetto di raid dei caccia israeliani. La nota accusava Israele di colpire di proposito il personale dedito alla gestione delle risorse idriche.

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