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Saif al-Islam Gheddafi condannato a morte da un tribunale di Tripoli

POLITICA
Saif al-Islam Gheddafi condannato a morte da un tribunale di Tripoli

Saif al-Islam Gheddafi

Un tribunale di Tripoli ha condannato a morte, in contumacia, Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi. Lo riferisce l'agenzia di stampa libica Lana. Saif al-Islam è stato condannato con l'accusa di "genocidio" nell'ambito del processo che vede imputati anche altri esponenti del regime di Gheddafi. Come Saif al-Islam sono stati condannati alla pena di morte anche altre otto persone, compresi l'ex numero uno dell'intelligence del regime libico, Abdullah Senussi, e l'ex premier Baghdadi al-Mahmoudi.

Il processo - che vede sul banco degli imputati 37 libici tra ex ministri, ex diplomatici e ufficiali dell'intelligence - si è aperto nell'aprile 2014 prima che il caos travolgesse la Libia, ora spaccata con due governi e due parlamenti, uno a Tripoli e un altro a Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale. Saif al-Islam è stato catturato nel novembre 2011 e da allora è trattenuto da un gruppo di miliziani di Zintan, nel sudovest della Libia, che non riconoscono il governo di Tripoli.

All'inizio del processo Saif al-Islam partecipava alle udienze in collegamento video, poi non è più apparso. I miliziani di Zintan si sono sempre rifiutati di consegnare Saif al-Islam alle autorità di Tripoli, pur avendo accettato lo scorso anno l'apertura nella capitale del processo a carico del figlio di Gheddafi. Il processo si è concluso con la condanna all'ergastolo per otto imputati, mentre altri sette dovranno scontare 12 anni di carcere e altri quattro dieci anni di prigione. Cinque persone sono state condannate a pene detentive superiori ai cinque anni e quattro imputati sono stati assolti.

L'ambasciata di Libia presso la Santa Sede: "Sentenza inaccettabile". Una condanna emessa "sotto la minaccia delle armi" e quindi una sentenza "inaccettabile nella situazione attuale della Libia". Commenta così Mustafa Ali Rugibani, incaricato d'affari dell'ambasciata di Libia presso la Santa Sede, la condanna a morte nei confronti di Saif al-Islam Gheddafi, figlio del defunto leader libico Muammar Gheddafi, e di altri otto esponenti dell'ex regime del colonnello nell'ambito di un processo con 37 imputati.

"Sono condanne emesse in assenza di uno stato legittimo e sotto la minaccia delle armi, quindi non sono accettabili e bisogna ricorrere in appello, in modo che il processo possa svolgersi sotto il nuovo governo legittimo che garantirà diritto e sicurezza", afferma Rugibani in dichiarazioni ad Aki - Adnkronos International. "E' un'opinione personale - conclude - questa sentenza è inaccettabile nella situazione attuale della Libia".

Human Rights Watch: "Processo segnato da gravi violazioni". Il processo in cui Saif al-Islam Gheddafi è stato condannato alla pena di morte insieme ad altri otto esponenti del passato regime libico è stato segnato da "gravi violazioni". Lo denuncia Human Rights Watch, secondo cui la "Libia ha perso una importante occasione" per la giustizia nel dopo-Gheddafi.

"Il procedimento è stato segnato da persistenti, credibili accuse di violazioni del giusto processo - ha detto Joe Stork, numero due di Hrw per il Medio Oriente e il Nord Africa - e le vittime dei gravi crimini commessi durante la rivolta del 2011 meritano giustizia, ma la giustizia può arrivare solo con procedimenti giusti e trasparenti". Per Stork, si legge in una nota, "ci sono seri dubbi sul fatto che giudici e pubblici ministeri possano essere veramente indipendenti quando prevale la totale anarchia e alcuni gruppi sono spudoratamente al riparo dalla giustizia". "Questo processo si è tenuto nel mezzo di un conflitto armato e in un Paese diviso dalla guerra, dove l'impunità è diventata la norma", ha aggiunto.

Amnesty International: "Condanne agghiaccianti". Il processo è stato segnato da "forti carenze", denuncia l'organizzazione. "Invece di contribuire a stabilire la verità e ad accertare le responsabilità per le gravi violazioni durante il conflitto armato del 2011, questo processo dimostra la debolezza del sistema giudiziario, appeso a un filo in un Paese devastato dalla guerra senza un'autorità centrale - ha commentato il responsabile del programma Medio Oriente e Nord Africa, Philip Luther - Le condanne a morte, estrema violazione dei diritti umani, aggiungono al danno la beffa e devono essere annullate in appello".

Amnesty, che ribadisce la richiesta di consegnare Saif al-Islam alla Corte penale internazionale che lo accusa di crimini di guerra e contro l'umanità, chiede una revisione indipendente e imparziale da parte della Corte Suprema. Saif al-Islam, ha detto Luther, "è stato processato e condannato in contumacia e continua a essere tenuto in isolamento in una località segreta senza accesso a un avvocato".

Il ritratto di Saif al-Islam Gheddafi. 43 anni, delfino del defunto colonnello Muammar Gheddafi, è stato considerato a lungo l'erede designato dell'ex leader libico catturato a Sirte al culmine della rivolta del 2011 contro il suo regime e poi morto nell'ottobre di quell'anno. Saif al-Islam è stato catturato nel novembre di quattro anni fa nel sud della Libia, mentre tentava la fuga verso il Niger.

Dal 2011 Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, è ricercato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l'umanità. Prima della cattura da parte di miliziani di Zintan, era stato dato più volte per morto o arrestato o in fuga verso Paesi vicini.

All'epoca del regime, la stampa occidentale lo aveva più volte definito come il "volto democratico della Libia all'estero". Saif al-Islam, che fino a pochi anni fa trascorreva più tempo a Londra che in Libia, si è contraddistinto in passato per aver criticato il padre, chiedendo di avviare riforme in senso democratico.

Lasciata la patria nel 2006, vi aveva fatto ritorno con un master alla London School of Economics (Lse) e una tesi sulla natura anti-democratica della governance globale, poi rivelatasi copiata. E' stato a capo di una fondazione che porta il nome di famiglia e ha ricoperto incarichi delicati nel regime, fino allo scoppio della rivolta del 2011 durante la quale ha usato toni durissimi. La condanna a morte emessa dal tribunale di Tripoli non è definitiva.

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