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Iraq: esperto Usa fa 'mea culpa', responsabilità saccheggi anche nostra

SICUREZZA
Iraq: esperto Usa fa 'mea culpa', responsabilità saccheggi anche nostra

Il patrimonio culturale iracheno è messo a repentaglio dai jihadisti dello Stato islamico (Is), ma anche gli Stati Uniti hanno responsabilità per "alcuni danni irreparabili" che negli ultimi 10 anni hanno portato alla scomparsa di reperti inestimabili, simboli di una civiltà millenaria. A fare 'mea culpa' è l'editorialista Reid Wilson, specializzato in archeologia, che non risparmia critiche alla precedente Amministrazione commentando la distruzione per mano dei seguaci dell'autoproclamato califfo al-Baghdadi di siti archeologici come Nimrud e Hatra.

Secondo l'editorialista, "non doveva andare così". Prima dell'intervento militare in Iraq - è il suo ragionamento - l'esercito americano aveva messo a punto un piano per evitare che nelle operazioni fossero danneggiati i più importanti siti archeologici del paese. Nell'ottobre del 2001, il Pentagono contattò alcuni dei più noti esperti di archeologia irachena e afghana negli Usa perché compilassero una lista di siti che l'esercito avrebbe dovuto proteggere. Nella lista c'era anche Nimrud, la capitale del regno assiro rasa al suolo la scorsa settimana dai bulldozer dell'Is.

Malgrado le intenzioni positive, lo stesso esercito statunitense ha provocato danni al patrimonio culturale iracheno: per realizzare un eliporto di fortuna nel sito dell'antica Babilonia andarono distrutti diversi edifici nei paraggi. "E nella confusione della guerra - scrive Wilson - molti giovani soldati americani, piuttosto comprensibilmente, davano la priorità alla loro sicurezza e a quella della popolazione piuttosto che a ciò che consideravano poco più di tavolette d'argille".

Wilson indica quindi il 'peccato' principale commesso dalle forze Usa durante l'intervento in Iraq, ovvero non aver impedito il saccheggio del museo nazionale di Baghdad, razziato di circa 15mila reperti "sotto gli occhi" dei militari a stelle e strisce. "I ladri sapevano cosa cercare e ciò lascia ipotizzare che hanno agito su ordine di ricchi collezionisti", aggiunge l'editorialista, secondo cui quando il mese scorso il museo ha riaperto, solo 9mila reperti erano stati recuperati.

Alcuni dei ministri più in vista dell'allora governo degli Stati Uniti non presero sul serio il saccheggio. Durante una conferenza stampa nel 2003 - racconta ancora Wilson - l'allora segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, scherzava sull'episodio: "Le immagini che state vedendo in televisione più e più volte sono sempre le stesse. Ci sono alcune persone che escono da edifici con un vaso e se le vedi 20 volte puoi pensare: 'Santo cielo, c'erano così tanti vasi? E' possibile che ci fossero così tanti vasi nell'intero paese?".

Ma quei vasi stavano per portare milioni di dollari nelle tasche degli insorti che combattevano proprio contro l'esercito americano, come ha spiegato il colonnello dei marines e vice procuratore distrettuale di New York, Matthew Bogdanos, che ha indagato a lungo le c'olpe'sul commercio illegale di antichità. "I Talebani avevano imparato a finanziare le loro attività terroristiche attraverso l'oppio - ha dichiarato - Loro (gli insorti iracheni, ndr) non avevano l'oppio. Avevano i reperti archeologici".

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