Tattoo e lame: la 'vida loca' delle gang latine arriva a Roma

di Sibilla Bertollini

"Se provi ad andartene sei morto". Guai a uscire dalla gang una volta entrati, si rischia la pelle. E' scritto nel codice delle 'pandillas', bande giovanili di origine latinoamericana ed è la sola legge (criminale) che i giovani latinos sono tenuti a rispettare a costo del sangue. "Il brutale rito di iniziazione segna il battesimo del nuovo pandillero, da lì in poi non si può rompere il 'patto di sangue' con la gang, che diventa l'unica famiglia per chi ne fa parte". La psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza, descrive così all'Adnkronos la realtà dei gruppi criminali latinoamericani diffusi in Italia. Mara Salvatrucha (MS13), Barrio 18 (M18), Latin Kings, Ñetas, Trinatarios, solo per citare i clan più strutturati, quelli che hanno radici lontane e oltreoceano e che dai noi si sono formati grazie alla forte presenza dell'etnia di appartenenza, per lo più a Milano e provincia e a Genova.

"Se il capoluogo lombardo è la città madre, le bande di latinos stanno prendendo piede anche in altre città come Roma, particolarmente in zona Magliana. I territori in cui si ritrovano e che marcano sono sempre quelli più fertili per criminalità ma non vanno ad alterare equilibri già esistenti". Dallo spaccio ai furti, non si scontrano con la malavita nostrana, ma la guerra è sempre tra bande rivali: MS13 contro M18 (gang composte originariamente da salvadoregni); Latin Kings (ecuadoriani) contro Ñetas (portoricani) e Trinatarios (dominicani).

"Ciascuna pandilla marca il suo spazio, off limits per i membri di altri gruppi nemici. Come obiettivo i latinos non hanno l'egemonia dell'Italia, in relazione per esempio al mercato della droga, ma semplicemente del loro territorio. Si scontrano violentemente tra di loro come leggiamo anche dalle cronache. Si provocano, si vendicano. Il loro regno è la strada". E' qui che "crescono a pane e violenza".

Spesso immigrati di seconda generazione, "entrano a far parte della gang nella prima adolescenza, quando sono fisicamente formati. Nella banda-famiglia crescono con armi in mano fino a 'far carriera', i capi non sono altro che ragazzini diventati adulti". Il rispetto del 'codice' è vangelo. Tutte le gang "hanno infatti una struttura gerarchica e una organizzazione interna ben definite. Ed è questo che principalmente le differenzia dalle baby gang composte da italiani", sottolinea la studiosa del mondo giovanile.

Con le sue corone, la gang più strutturata è indubbiamente quella dei Latin Kings. Una organizzazione piramidale dotata anche di una carta dettagliata, il 'Libro negro', la legislazione uguale per tutti i pandilleros sparsi nel mondo. In quasi tutte le bande di latinos, il capo nomina il suo vice, che a sua volta governa sui giovani guerrieri. Ragazzi, appunto. Anzi, ragazzini che per entrare a far parte della 'famiglia' devono dare prova di coraggio.

"I riti di iniziazione - spiega Manca - sono dei veri e propri battesimi criminali, basati sull'aggressività fisica: l'aspirante pandillero deve saper resistere a un pestaggio del branco per alcuni secondi; calci e pugni pesanti per testare la forza psichica e fisica. Una volta superata la prova, c’è una 'missione' da compiere: un furto, una rapina o una aggressione, non si può disubbidire al capo e alle regole interne". Quanto alle donne, di affiliate ce ne sono poche. Ma anche per loro le cose non cambiano, il rito è un selvaggio pestaggio da parte di altre donne della gang. Nei casi peggiori, devono sottostare allo stupro di gruppo.

"I latinos si danno dei soprannomi. Si vestono in un certo modo e ogni banda ha simboli e colori di riconoscimento. Gli adepti dell'MS13 usano quelli della bandiera del Salvador. Hanno catene in evidenza, capelli rasati. E soprattutto tatuaggi, anche su tutto il volto: un richiamo sulla pelle dell'appartenenza al gruppo", evidenzia la psicoterapeuta. I ragazzi della Mara Salvatrucha usano tatuarsi la sigla della gang, in caratteri gotici, nella parte interna del labbro, i Latin King si marchiano il corpo con le corone, i Barrio con il numero 18. Anche l'omicidio è sulla pelle: una croce o una lacrima a seconda del clan.

"Passano il loro tempo a fare allenamenti fisici cruenti e combattimenti. Ascoltano musica, hip hop, raggaeton, perreo, organizzano feste e tendenzialmente fanno uso di alcol e droghe”, aggiunge. Hanno il loro spazio da difendere e se il nemico tenta di usurparlo, finisce in rissa o a coltellate. Sono proprio quelle da taglio le armi più utilizzate dalle gang di latinos: asce, machete, mannaie ma anche tirapugni e nunchaku. "Non conoscono la paura, non hanno fondamentalmente niente di perdere. L'unico scopo - precisa Manca - sono le attività illecite (spaccio, furti, rapine) il controllo del territorio, abbattere il nemico. I latinos si identificano con il gruppo, che dà forza per spingersi oltre". Fino all'omicidio.

"Queste sono tendenzialmente le uniche bande che restano legate alla propria origine", spiega l'esperta. Sparse per l’Italia "ci sono poi altre gang che si formano per etnia di provenienza, sempre in quartieri dove è prevalente, come per esempio i clan di albanesi che 'adottano' però anche italiani". Soprattutto, aggiunge Manca, "non hanno un'organizzazione interna così strutturata come quella dei latinos. Ecco, per certi versi, questi gruppi misti sono più pericolosi, perché meno prevedibili, fanno leva sull'individualità nel branco".

Allo stesso modo le baby-gang italiane ("ragazzini uniti da un comune disagio e obiettivo") hanno un leader e nascono in autonomia in un quartiere, "stanno in gruppo perché solo così riescono a mostrare il loro coraggio espresso attraverso atti vandalici, sfide (anche social, vedi i selfie lungo i binari) e risse. Con i loro comportamenti - afferma - mettono in gioco la loro stessa vita, se non quella degli altri, per esempio, tirando sassi da un cavalcavia o agli autobus". Sono ragazzi "abbandonati a loro stessi, senza alcuna disciplina".

Le cifre parlano chiaro: in un anno si è registrata un’impennata di atti vandalici, dal 16% al 22%, rivela una ricerca dell’Osservatorio nazionale adolescenza condotta su campione di circa 8.000 adolescenti. Secondo i dati 2016/17, il 24% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni ha dichiarato di aver partecipato a risse, il 6% di aver fatto knockout (il pugno dato a sconosciuti di passaggio), il 35% di aver picchiato qualcuno; l’8% di aver usato un’arma, coltellino, tirapugni o manganello, il 5% di aver distrutto vetrine, cassonetti, o lanciato oggetti durante una manifestazione.

Il dato allarmante è che si comincia fin da bambini: il 13% tra gli 11 e 13 anni ammette di aver compiuto un atto vandalico mentre il 35% di aver picchiato qualcuno. Il 6,5% ha detto di far parte di una gang.