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Lecce, nigeriane schiavizzate e sottoposte a riti voodoo

CRONACA
Lecce, nigeriane schiavizzate e sottoposte a riti voodoo

(Fotogramma)

Sottoposte a riti 'voodoo' già nel momento in cui decidono di affidarsi all’organizzazione criminale per intraprendere il lungo viaggio dal loro paese d’origine. E' quanto avrebbero subito le ragazze nigeriane fatte venire in Italia con promesse false, poi ridotte in schiavitù e infine indotte a prostituirsi da alcuni connazionali ritenuti appartenenti a una organizzazione malavitosa secondo quanto accertato dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Lecce.

In manette sono finite cinque persone (tre donne e due uomini), con le accuse di associazione finalizzata alla riduzione in schiavitù a fini sessuali, tratta di persone, favoreggiamento dell’immigrazione in stato di clandestinità e sfruttamento della prostituzione. Il rituale assoggetta le vittime che, legate psicologicamente da una sorta di 'obbligo spirituale', si attengono fedelmente alle prescrizioni impartite dai referenti dell’organizzazione per evitare eventi nefasti in loro danno e delle loro famiglie.

I riti vengono effettuati da persone chiamate 'Native Doctor' o, in gergo, 'Babalawoo' in presenza della donna o anche in sua assenza, tramite l’utilizzo di un’immagine dell’interessata. Giunte in Italia le ragazze passano sotto il controllo delle madame, le quali, attraverso ulteriori riti voodoo, la violenza fisica e le intimidazioni, le costringono a vendere il loro corpo per raccogliere il denaro necessario a saldare il debito contratto con i trafficanti. Solo con l’estinzione di tale debito, le donne sfruttate possono affrancarsi dal controllo dell’organizzazione e liberare la propria anima dal vincolo spirituale che ad essa la lega.

I riferimenti alle transazioni emersi nel corso dell’inchiesta, spesso in contanti o talvolta effettuate attraverso il frazionamento in piccole somme oggetto di money transfer da parte di soggetti compiacenti che polverizzano, di fatto, le tracce della loro reale consistenza, evidenziano un volume d’affari dell’organizzazione criminale ingentissimo, considerato che la somma di denaro che ogni migrante si impegna a versare per il viaggio ammonta ad una somma che varia dai 30.000 ai 35.000 euro versati in più tranches per coprire le spese di trasporto ed il loro irrisorio sostentamento.

Un primo acconto viene versato per il trasferimento dalla Nigeria alla città libica di Sabha; un secondo acconto è pagato per il trasferimento da Sabha a Tripoli. In alcuni casi il saldo finale avviene prima dell’imbarco; in altri casi, in particolare per le donne avviate alla prostituzione, il pagamento del saldo, in genere la parte più consistente della somma, avviene a destinazione attraverso la rifusione dei guadagni dell’attività di prostituzione dai quali vengono detratte ulteriormente le spese sostenute dalle Madame per il vitto e l’alloggio delle vittime, con il conseguente aumento del periodo di sfruttamento originariamente a loro prospettato.

Di fatto, per alcuni degli indagati da tempo integrati nel territorio Italiano nelle città di Roma, Sassari ed in provincia di Verona, l’acquisto di vere e proprie schiave scelte preventivamente sul territorio d’origine attraverso il ricorso all’ingaggio ‘per debito’ delle giovani donne in ragione delle loro qualità fisiche e quindi della potenzialità ad essere sfruttate, ha garantito agli stessi una fonte di reddito sicura e garantita da un assoggettamento derivante da una tradizione culturale propria dell’etnia del gruppo d’origine del sud della Nigeria (la maggior parte delle ragazze proviene dalle città di Benin City o Lagos) e, soprattutto, dalla debolezza psicologica indotta dalle difficoltà connesse al lungo viaggio per raggiungere l’Europa in cerca di fortuna in compagnia di migliaia di migranti.

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