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Femminicidio, la poliziotta-psicologa: "Più denunce ma serve educare alle emozioni"

CRONACA
Femminicidio, la poliziotta-psicologa: Più denunce ma serve educare alle emozioni

Nicolina, Noemi, Marianna, Ester: storie di delitti annunciati. Donne o familiari che prima del delirio che ha scatenato la furia omicida in nome del 'mal d'amore' hanno denunciato torture quotidiane, prevaricazioni, aggressività, persecuzioni di fidanzati, ex e stalker. Si poteva intervenire preventivamente? Nei casi più recenti sono in corso verifiche avviate dal ministro della Giustizia. Ma il problema resta a monte. C'è ancora molto da fare per sradicare vecchie visioni, sia a livello di intervento che di prevenzione. "La donna oggi è emancipata, è più indipendente, ha cambiato il suo ruolo all'interno della società. Questo non vuol dire che sia stato accettato culturalmente così velocemente. C'è ancora chi pensa che una prostituta non può denunciare una violenza sessuale. Distanze enormi tra quella che è la realtà oggi e arcaici modi di pensare", spiega all'Adnkronos Giorgia Minotti, direttore tecnico capo psicologo della Polizia di Stato, in servizio presso la questura di Milano.

Indubbiamente "le denunce contro le violenze sono cresciute e le donne sono molto più informate", sottolinea Minotti ma il lavoro più grosso per un vero cambiamento culturale e l'abbattimento degli stereotipi, è in costruzione, va fatto in famiglia, a scuola. "Imparare a gestire le emozioni fin da piccoli", è il primo fondamentale passo secondo la poliziotta psicologa. "I bambini, per questo, devono essere più liberi di esprimersi: le lacrime servono per sapere gestire future frustrazioni. "Lasciamoli piangere. Ma anche ridere, arrabbiarsi, maschi e femmine senza distinzioni. E poi devono condividere, essere agevolati nelle relazioni con gli altri bambini. Il gioco libero è molto importante", evidenzia la poliziotta insistendo sul ruolo dei genitori e degli insegnanti nell'educazione alle emozioni.

"Perché? Chi non accetta di essere lasciato, chi aggredisce la propria compagna è spesso una persona incapace di gestire le sue emozioni: tra senso di abbandono, rabbia e frustrazione prova una enorme sofferenza che vede un'unica colpevole: colei che l'ha provocata. Un mix che in situazioni fuori controllo può portare anche ad uccidere", sostiene Minotti.

Quando poi la frustrazione si spinge oltre ogni confine, non basta ammazzare, si sente il bisogno anche di cancellare il volto stesso della sofferenza: "un delirio di onnipotenza, per cui 'mio è il potere, io decido come devi morire', che fa perdere completamente l'autocontrollo e il contatto con la realtà. Non solo 'ti uccido ma ti do fuoco'". E' il caso Sara Di Pietrantonio, strangolata e bruciata dall'ex perché rifiutava che fosse lui il 'padrone' della sua vita.

Sono uomini che durante la relazione, aggiunge, "fanno fatica a captare il dolore che provocano". Non esiste un profilo tipo del femminicida, afferma la psicologa, "tuttavia spesso sono uomini con una grande capacità di manipolazione", oscillano tra corteggiamenti oltremisura e aggressività "dicono alla compagna 'ti amo, sei la donna della mia vita' e poi 'non ti puoi muovere, zitta, stai ferma'". Un gioco patologico che si autoalimenta purtroppo anche per inconsapevolezza della vittima. "Diverse donne che si sono salvate hanno poi confessato che non sono mai arrivate a pensare 'lui mi ucciderà'", spiega la poliziotta.

I campanelli d'allarme durante la relazione vanno sempre ascoltati. Come vanno ascoltati parenti o amici "che si accorgono, sempre per primi, di una situazione ai limiti della normalità", afferma Minotti. Quando l'aggressività "non è adeguata alla circostanza, per esempio una scenata di gelosia per come veste la fidanzata, la non accettazione del cambiamento, il nuovo lavoro o altro, è un segnale da non sottovalutare. Un campanello. E' difficile, inizialmente, perché poi questi uomini conducono vite normali: lavorano, fanno sport, mettono su famiglie...".

"Nella maggior parte dei casi la donna che si presenta in Commissariato per denunciare si è rivolta già a un centro antiviolenza. Paura, vergogna, ripensamenti, sensi di colpa, non è quasi mai al primo colpo che si perfeziona l'atto, prendono tempo", dice ancora la poliziotta spiegando che sono poi rari i casi di denuncia del partner violento dopo la rottura di un fidanzamento. "E' invece proprio in quel periodo di latenza, e la cronaca lo dimostra, che si attua il delitto". Ecco perché è importantissimo seguire quanto Polizia e associazioni suggeriscono: "non andare mai all'appuntamento richiesto dall'ex, non rispondere al telefono, conservare tutti i messaggi ricevuti".

"Quello che noi cerchiamo di fare, è spiegare - aggiunge infine Minotti - che sul territorio c'è una Rete. Che se si denuncia, non si rimane affatto sole. Ma ci sarà l'aiuto delle associazioni, anche per i figli. Si comincerà un percorso, impegnativo e difficile, ma fondamentale per tornare a nuova vita".

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