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"Una vita sul taxi, vi dico tutto"

CRONACA
Una vita sul taxi, vi dico tutto

"Avevo 20 anni e lavoravo ai mercati generali per fare un po’ di soldi che insieme al sacrificio di mamma e papà potessero servire a comprare la licenza per guidare il tassì: 28 milioni all’epoca, un patrimonio". Umberto mentre aspetta di fare l'ultima corsa della giornata alla Stazione Termini prima dello sciopero dei taxi ha l’aria schiva, tra il pacioso e il rassegnato dei romani doc. "Non ci stanno più i tassisti di una volta, i ragazzi che cominciano adesso so’ tutti tatuati, tutti un po’ ignoranti e non va bene", dice col rammarico di chi nel taxi c’ha passato una vita. "Quarant’anni, e doveva essere un lavoro transitorio in vista di qualcosa di meglio. Io ho studiato per fare il costruttore navale, invece… Non c’è niente di più definitivo del provvisorio".

Quando ci carica non ha tanta voglia di parlare. “Non mi va di pensare. Ormai vado in automatico, non guardo più nessuno, chiacchiero con tutti i miei clienti, sempre, ma non mi ricordo nessuno. Qui dentro sono passati tutti i tipi: il personaggio famoso, il non famoso, il personaggio caratteristico, di tutto e di più". E di tutto e di più è successo. Da quella prima corsa nell’estate del ’77 per portare un bimbo all’ospedale, all’aggressione subita quando “due donne, a villa Borghese, mi hanno puntato una siringa. La paura è stata tanta ma per fortuna è intervenuta la polizia". Aneddoti particolari non se ne ricorda Umberto, forse non se li vuole ricordare. Ma di sicuro in 40 anni da dentro il taxi ha visto il mondo cambiare.

"E’ cambiato tutto. Era diversa la città, la società. Oggi sono tutti più arrabbiati, più scontenti. Non c’è la gioia di vivere che c’era prima". Sarà anche perché "prima il tassì la gente lo prendeva il sabato e la domenica quando andava a spasso, era un mezzo un po’ di elite, oggi invece lo prendono per lavoro, è un qualsiasi mezzo di trasporto".

Ma la modernità Umberto la guarda con favore. "Oggi ho più tempo, anche per andarmi a vedere un museo. Le tecnologie ci aiutano e ci lasciano la mente più libera. Il radio taxi ci passa la chiamata e grazie al satellitare sa esattamente dove siamo quindi manda sempre la macchina più vicina. Una volta invece eravamo noi che dovevamo trovare il cliente. Eravamo sempre sul chi va là. E poi le strade... Oggi col navigatore è tutto più facile. Anche se ogni tanto è meglio non seguirlo".

Ma proprio dalla modernità e dalle App arriva la concorrenza. Ma Umberto la prende con la filosofia di chi ne ha viste passare tante. "Nel corso degli anni ci sono stati tanti concorrenti che hanno fatto tutti una brutta fine: mototaxi, taxi collettivi... e adesso c'è Uber. Ma Uber è un falso problema. Uber è venuta dall'estero, paga le tasse all'estero, darà qualche convenienza all'utente adesso ma dopo, quando non pagherà più le tasse all'estero e quando il cliente farà la differenza, vincerà il tassì, la gente che lavora".

Siamo quasi arrivati mentre Umberto ci parla di Roma, delle sue bellezze, del tempio di Ercole Oleario. E la pensione? "Ormai ci siamo, devo solo fare domanda ma da pensionato continuerò a lavorare perché dopo 40 anni di contributi versati all'Inps con 500-600 euro al mese non si campa. Quindi, finché ce la faccio... Poi quando sarà la licenza la vendo, è la mia liquidazione". Non ha nessuno a cui passare il testimone Umberto e del resto mai vorrebbe. Un consiglio per un nipote che volesse fare il tassista? "Fai un altro mestiere".

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