"Mia madre morì su A16, Genova non sarà ultimo omicidio di Stato"

Genova come Monteforte Irpino. Lo squarcio nel cuore della città ligure riapre le ferite di chi, cinque anni fa, ha visto precipitare i suoi sogni dal viadotto Acqualonga dell'A16 Napoli-Canosa. "Genova non è una fatalità ma è un omicidio che si poteva evitare", racconta all'Adnkronos Maria Loffredo. In quel bus che ha rotto le barriere di protezione ed è caduto nel vuoto per 30 metri ha perso la madre.

"Quando ho visto le immagini del Ponte Morandi ho provato lo stesso identico malessere di quel 28 luglio 2013, mi sono immedesimata nelle persone che hanno perso un familiare e ho sentito rabbia, dolore, ma soprattutto impotenza: mia madre è morta per la seconda volta. Ancora una volta lungo un'autostrada in Italia si muore per un ponte che crolla, per una barriera che non regge a un urto. Cinque anni dopo io, come le altre 39 famiglie vittime di questa strage, aspetto giustizia e le scuse dei responsabili". Ad Avellino è in corso il processo di primo grado: 15 le persone accusate a vario titolo di omicidio plurimo colposo e disastro colposo, sul banco degli imputati anche Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l'Italia.

"Genova - dice con certezza Maria, 30 anni e già orfana - non sarà l'ultima strage su una strada italiana. I pedaggi aumentano, ma la manutenzione continua a mancare. Io non mi sento una cittadina, ma un numero su cui c'è chi vuol fare business e chi campagna elettorale. Dopo un mese da quella strage mi sono sentita abbandonata, non ho ricevuto una frase di conforto da chi aveva fatto promesse. Da Autostrade per l'Italia attendo ancora le scuse. Faccio un appello alle persone coinvolte, a chi con distrazione, negligenza e avarizia ha causato la morte: a loro chiedo di immaginare il mio dolore; chi è colpevole sa di esserlo e deve assumersi le proprie responsabilità".

Insieme all'associazione 'Vittime della strada A16' si è rivolta al ministero delle Infrastrutture per chiedere di revocare la concessione "ma non siamo stati ascoltati. Mi auguro che il premier Conte lo faccia, spero che la politica agisca e vigili, mi auguro che quanto si vede oggi non sia solo propaganda per avere visibilità o qualche voto in più. Non credo che qualcuno pagherà per la morte di mia mamma - tra bus, motorizzazione e autostrade è uno scaricabarile di responsabilità -, ma spero che a Genova ci sia giustizia e un processo più rapido. Quello che è certo è che ci sono più di 80 morti in soli due incidenti e qualcuno ha queste vittime sulla coscienza".

Cinque anni dopo il dolore è ancora tutto li: nel ricordo di 40 cadaveri disposti in quattro file da dieci, i corpi, i volti deturpati e sporchi di sangue. Immagini che le ritornano spesso in mente e le impediscono di vivere serenamente e appieno. "Manca sempre qualcosa, l'assenza è costante, con lei non posso più condividere i momenti più importanti, un matrimonio, una laurea o la nascita di un nipote. Da cinque anni urliamo che bisogna investire in manutenzione e invece ecco altri morti. E' come se mia madre fosse morta invano, sono certa che ancora oggi quel tratto di strada non è del tutto sicuro. Chi davvero controlla?", si chiede.

C'è impotenza, mista a dolore e rabbia, nelle parole di Maria. C'è la solitudine di fronte "a un Paese che non scende in piazza per manifestare il bisogno di sicurezza sulle strade", c'è la rabbia di stare in un'aula di giustizia fianco a fianco "con chi siede ancora sulla sua poltrona e può godersi la famiglia", c'è lo sconforto di chi giovane precaria si sente tradita dallo Stato che non sa garantire diritti. "Io piango insieme alle famiglie di chi ha perso qualcuno a Genova, di chi aspetterà per sempre una persona che non tornerà più a casa, che stava andando a lavoro, al mare o tornava da una gita ma invece è stata tradita dalla strada. Autostrade come ha investito i nostri soldi? Perché lo Stato non ci tutela? Io vorrei delle risposte".