Narcos messicani confessano: "Abbiamo ucciso e bruciato i 43 studenti scomparsi"

Due membri della gang di narcos Chilpancingo hanno confessato che i 43 studenti messicani scomparsi dallo scorso settembre sono stati uccisi e poi bruciati. E' quanto ha reso noto il procuratore generale del Messico, Murillo Karam, precisando quindi che, sulla base di queste confessioni, vi sono concrete ragioni di credere che i resti carbonizzati trovati appartengano ai ragazzi scomparsi.

Ma, ha poi aggiunto, per avere la certezza dell'identificazione bisogna concludere il difficile esame del Dna. "Io devo identificarli e farò tutto quello che è in mio potere per poterli identificare, per sapere se sono gli studenti", ha detto Murillo.

Secondo la ricostruzione dei due narcos, i 43 studenti scomparsi alla fine di settembre nel sud del Messico sono stati rapiti dalla polizia, per ordine del sindaco locale, e sono stati consegnati a una gang di narcos che li ha uccisi, bruciando poi i corpi e gettando i resti in un fiume. I ragazzi sono stati trasferiti in una discarica a bordo di un camion della spazzatura, hanno raccontato ancora i due sospetti membri della gang Guerreros Unidos.

All'arrivo alla discarica di Cocula 15 studenti erano già morti soffocati nel camion e gli altri sono stati uccisi a colpi di pistola. Poi i corpi sono stati ricoperti di carburante e dati alle fiamme insieme a copertoni ed altri rifiuti. Un inferno di fuoco che è stato fatto bruciare per 14 ore. Poi i resti sono stati rinchiusi in dei sacchi di plastica e gettati in un fiume. Per questo, ha avvisato Murillo, sarà "molto difficile estrarre il Dna dai resti per permettere l'identificazione".

Murillo nella conferenza stampa ha mostrato la registrazione video della confessione dei sospetti arrestati, che secondo altre fonti sarebbero tre, e ai familiari dei ragazzi, incontrati a Chilpancingo, nel sud dello Stato di Guerrero, prima di parlare con i giornalisti ha detto che sei buste contenenti resti umani sono stati trovate in un fiume.

Esperti austriaci stanno lavorando per identificarli, ha detto ancora Murillo ma non è chiaro quanto tempo sarà necessario.

"Finché non avremo i risultati del test del Dna, per noi i nostri figli sono vivi", ha dichiarato Felipe de la Cruz, padre di uno dei rapiti che è il portavoce degli altri familiari, aggiungendo che "stanno cercando di chiudere il caso in questo modo, un nuovo tentativo di aumentare la tortura compiuta dal governo federale ai nostri danni". Dello stesso tono le dichiarazioni degli altri genitori che hanno chiesto che vengano presentate "prove incontrovertibili" della loro morte.

"Il governo sta cercando di risolvere le cose in questo modo in modo da togliersi il grande problema che deve affrontare" ha detto Isrrael Galido, riferendosi all'ondata di proteste che si sono avviate nei giorni scorsi nelle università e nelle città messicane per chiedere la verità sui ragazzi scomparsi.

All'inizio della settimane era stato arrestato il sindaco di Iguala, José Luis Abarca, accusato insieme alla moglie di aver ordinato alla polizia di rapire i 43 studenti dopo una manifestazione di protesta il 26 settembre scorso. I due sono stati arrestati a Città del Messico, dove si erano nascosti, mentre rimane ancora latitante il capo della polizia della cittadina.