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In aiuto dei profughi in Serbia, il racconto del portavoce Croce Rossa

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In aiuto dei profughi in Serbia, il racconto del portavoce Croce Rossa /Foto

(Foto Tommaso DellaLonga)

Arrivano esausti dopo viaggi lunghi settimane e migliaia di chilometri. Sono soprattutto siriani, iracheni e afghani. Alcuni prendono gli autobus, altri seguono a piedi la strada indicata dai binari del treno, una stella polare per raggiungere il Nord Europa. Non si arresta in Serbia il flusso di migranti lungo la 'rotta balcanica'. Perché la Serbia, per questi uomini e donne in fuga dalla guerra, è solo un Paese di transito. Mappa alla mano cercano di varcare il confine con l'Ungheria o di tentare nuove rotte passando per Croazia e Romania e "in meno di 48 ore sono già usciti dal Paese", racconta all'Adnkronos dalla Serbia il portavoce della Federazione Internazionale di Croce Rossa, Tommaso Della Longa. "Solo nello scorso weekend 9.000 migranti hanno passato il confine macedone", riferisce.

Dalla Turchia con barchette o gommoni di fortuna sbarcano soprattutto nelle isole greche di Kos e Lesbos. Da lì raggiungono Atene, entrano in Macedonia e poi varcano il confine con la Serbia. E' solo una parte, però, di un lungo viaggio che inizia da molto lontano, da Siria, Iraq, Afghanistan. Percorrono migliaia di chilometri, in autobus o a piedi, impiegando settimane e, a volte, mesi di cammino.

"Due fratelli afghani, di cui uno cieco, hanno viaggiato 3 mesi a piedi prima di arrivare in Serbia, costretti a fermarsi più volte durante il viaggio per racimolare i soldi necessari per proseguire il viaggio verso il Nord Europa", racconta Della Longa, delegato della

Subito dopo aver varcato il confine macedone, i migranti incontrano il centro accoglienza di Preševo in cui è presente la Croce Rossa Serba per prestare loro assistenza. "Fino a 1.400 pasti distribuiti negli ultimi giorni in questo centro, ma anche pannolini e assistenza igienico-sanitaria per donne, bambini, anziani e persone con problemi di salute", dice Della Longa.

Quello di Preševo è solo uno dei tre centri di ricezione migranti in cui i volontari della Croce Rossa Serba sono impegnati per distribuire cibo, acqua e generi di necessità per i bambini. "Non siamo lì per assistenza sanitaria - precisa Della Longa - sono le istituzioni a occuparsi di chi ha bisogno di cure mediche ai confini".

Nei due centri di Preševo e Miratovac, al confine con la Macedonia, i migranti vengono identificati e da quel momento hanno 72 ore di tempo in cui sono liberi di muoversi. Allo scadere dei quattro giorni hanno due possibilità: lasciare il Paese o richiedere l'asilo. Ma la Serbia, per la maggior parte di questi uomini e donne in fuga da guerra e povertà, è solo un Paese di transito nella rotta verso la Germania e la Svezia. In soli due giorni sono già usciti dai confini serbi.

Dai centri del sud, infatti, i migranti cercano di raggiungere prima Belgrado e poi il confine con l'Ungheria. E nel frattempo la popolazione serba "continua a dare loro supporto: scende in strada con cibo e vestiti da regalare. Mi hanno detto 'sappiamo com'è vivere sotto le bombe, quindi li capiamo'", racconta Della Longa. Nonostante sia un Paese con problemi di povertà, mancanza di risorse e disoccupazione, infatti, la Serbia "sta dando grande prova di apertura e solidarietà", sottolinea.

Ci sono poi altri luoghi di transito nel Paese dove la Croce Rossa Serba distribuisce cibo e generi di prima necessità. Sono case abbandonate, fabbriche dismesse: tutti luoghi in cui le comunità locali di Croce Rossa vengono a conoscenza della presenza di migranti. "Come nella zona di Zaječar al confine con la Bulgaria dove c'è un piccolo flusso migratorio", spiega il portavoce di Croce Rossa.

Ma è il nord, al confine con l'Ungheria, che desta "la nostra più grande preoccupazione", precisa. Lì a 5 km dai muri alzati dal governo ungherese per far fronte all'ondata migratoria, c'è il centro di ricezione di Kanjiza. "Ieri mappa alla mano - racconta Della Longa - alcuni migranti stavano già cercando nuove rotte verso il Nord passando per Croazia e Romania". Un meccanismo, però, che "crea nuovi problemi" perché "un nuovo confine da passare significa altri trafficanti da pagare", sottolinea.

"Tutte le pratiche per chiudere i confini mettono a rischio la vita delle persone" - denuncia Della Longa. Le procedure finalizzate a fermare i migranti, infatti, "sono un regalo ai trafficanti di uomini e negano il diritto delle persone a muoversi per scappare da guerre", conclude.

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