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"Ecco come ho vinto la Green Card", la storia di Stefano

ESTERI
Ecco come ho vinto la Green Card, la storia di Stefano

(Fotogramma)

di Federica Mochi

"All'inizio ho pensato 'ma che la prendo a fare?' Poi il mio capo ha insistito e così ho spedito quella lettera. Ho ottenuto la Green Card e ora ho la cittadinanza americana". E' il 1993 quando Stefano, avvocato romano oggi 50enne, partecipa alla lotteria che ogni anno assegna permessi di soggiorno a moltissimi lavoratori stranieri che vogliono vivere negli Stati Uniti. E' il cosiddetto 'Diversity Visa Lottery Program', una delle principali vie d'accesso al sogno americano, che dopo l'attentato di New York, Donald Trump ha intenzione di sospendere.

"Sono arrivato negli States nel 1989 per lavorare come dirigente dell'ufficio legale e commerciale di una società di produzione cinematografica - racconta Stefano all'AdnKronos -. Arrivai lì con un visto di lavoro H1, che però mi permetteva di lavorare solo per il mio datore di lavoro". L'avvocato, che oggi vive e lavora tra gli Usa e l'Italia come libero professionista, ha 29 anni quando, su suggerimento del suo capo, spedisce una lettera al governo americano per partecipare alla lotteria.

"Con il visto H1, se volevo cambiare lavoro, il nuovo datore era costretto a richiedere un nuovo visto che dura 3 anni e che può essere rinnovato per altri 3, mentre la Green card non ha scadenza - spiega Stefano - Dopo 5 anni puoi ottenere la cittadinanza. Io l'ho richiesta dopo qualche anno, anche per avere il diritto di votare. Con la Green Card, infatti, non puoi farlo".

Per i cittadini stranieri che vivono e lavorano negli States, la lotteria per la Green Card rappresenta il primo passaggio per raggiungere l'American dream. La fortuna che ogni anno va a bussare alla porta di 55mila persone provenienti da "Paesi sottorappresentati", quelli meno rappresentati etnicamente tra la popolazione americana. Con questo sistema, ad esempio, non possono partecipare alla lotteria persone nate in Paesi ad alta immigrazione verso gli Stati Uniti, come Cina, Bangladesh, Brasile e Canada.

Dopo l'attentato di Halloween, Trump si è scagliato contro il programma, ribattezzandolo "un regalo di Chuck Schumer", il senatore democratico cui si attribuisce la legge sull'immigrazione del 1990, che istituì l'attuale sistema della lotteria. Nel corso degli anni la procedura è profondamente cambiata. "Quando partecipai alla lotteria era necessario mandare una lettera tramite posta a un indirizzo del governo americano - afferma Stefano - Sul frontespizio doveva essere indicata la propria nazionalità e nella lettera bastava inserire i propri dati personali. Il governo riceveva tutte le richieste e poi assegnava un numero progressivo a ciascuna lettera, senza aprirla. Tramite un sistema elettronico, venivano sorteggiati i numeri di serie di quelli che avevano vinto, si aprivano le buste e venivi contattato. Così ha funzionato per tanti anni".

Stefano spiega che nei primi anni '90 non c'era un limite al numero di lettere che un singolo individuo poteva spedire. E così "molta gente speranzosa iniziò a spedirne anche 5.000 a testa, per aumentare le proprie chance di venire sorteggiati - osserva Stefano -. Dopo qualche anno non fu più possibile farlo. Io ricordo che ne mandai una sola e vinsi. Una mia amica ne inviò quattrocento ma il suo nome non venne mai sorteggiato, era furibonda".

Tutta fortuna, la sua? "Fortuna o forse il destino, chissà - ammette Stefano - ricordo che pescarono la mia richiesta e dopo qualche settimana otteni la carta verde". L'iter, racconta ancora l'avvocato, non era particolarmente complicato. "Una volta sorteggiato dovevi produrre un'offerta di lavoro. Io ne ebbi subito una. Certo, ho dovuto fornire una corposa documentazione - conclude - dai certificati del servizio militare, al casellario giudiziale. Devono creare un dossier su una persona di cui non sanno nulla e che entra nel Paese per diventare cittadino statunitense".

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