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Il passo indietro di Renzi

POLITICA
Il passo indietro di Renzi

(Fotogramma)

Matteo Renzi è pronto a rinunciare al suo annunciato intervento all'Assemblea del Pd di domani. L'ex segretario, seppure 'affezionato' all'idea di spiegare le ragioni delle sue dimissioni, farebbe un passo indietro di fronte all'eventualità di una spaccatura interna al Pd sulla questione della nuova segreteria e a una conta che sarebbe incomprensibile all'esterno.

"Una discussione lunare", quella degli ultimi giorni nel Pd secondo Renzi, convinto che la cosa più importante in questo momento sono le trattative per il governo e il contratto tra Lega e M5S. Il gesto dell'ex segretario darebbe all'Assemblea un taglio diverso da quello previsto nell'odg, potrebbe esserci un intervento di Maurizio Martina sulla situazione politica, un dibattito a seguire ma non ci sarebbe un voto.

Nell'Assemblea, però, potrebbe prendersi comunque l'impegno per convocare il congresso in autunno, passando per una nuova Assemblea da convocare dopo i ballottaggi delle amministrative. A tenere i contatti con le varie aree del partito, per concretizzare questa soluzione, in queste ore è Lorenzo Guerini. Da quello che si apprende, però, una buona parte dei big del partito avrebbe già dato l'ok, a partire dal premier Paolo Gentiloni.

A supportare la convinzione di Renzi che il Pd non deve avvitarsi in una discussione interna, anche un episodio molto discusso tra i parlamentari dem in queste ore. Nella nuova chat dei deputati del Pd creata di recente è stato inserito il contratto di governo che Lega e M5s stanno cercando di chiudere in questo momento. In poche ore, sono arrivati oltre 100 messaggi dei deputati, ognuno preoccupato di replicare su ogni singolo punto di propria competenza del contratto, per ribattere e criticare. Nella timeline, invece, non figura nessun intervento, non un solo rigo, sull'Assemblea e sulle questioni interne legate alle leadership del partito.

Per la minoranza Pd, da Gianni Cuperlo a Andrea Orlando, la proposta del fronte renziano, a quanto si apprende, per evitare una conta domani all'assemblea nazionale è una "pseudo tregua". "La loro offerta era: nessun voto domani ma nuova convocazione dell'assemblea a luglio dopo le amministrative. E Renzi avrebbe rinunciato ad aprire l'assemblea", si fa sapere. E Maurizio Martina sarebbe rimasto reggente. Una proposta che la minoranza dem respinge. "Chiediamo un voto che legittimi Martina a guidare la delicata fase che abbiamo davanti fino al congresso", si spiega.

La minoranza non intende contribuire "ad un unanimismo di facciata'', si sottolinea. "I renziani sanno che la maggioranza schiacciante non c'è più e temono loro per primi la conta", è l'opinione della minoranza Pd che chiede discontinuità. Una richiesta avanzata da settimane. Pochi giorni dopo la sconfitta del 4 marzo, Cuperlo organizzò un incontro con Martina, Andrea Orlando e Carlo Calenda per un'analisi del voto e chiedendo, appunto, discontinuità. Cosa che non sarebbe garantita da un'assemblea che si concludesse senza un voto: "Sarebbe l'ennesima tregua di facciata. Basta".

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