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Pd, tutto congelato

POLITICA
Pd, tutto congelato

(Afp)

Il Pd congela il suo dibattito interno, rimanda le scelte sulla leadership ad una nuova Assemblea da convocare probabilmente entro metà luglio, dopo i ballottaggi delle amministrative, e formalmente evita spaccature. Ma, in realtà, i dem archiviano l'Assemblea di oggi con una difficoltosa intesa raggiunta dopo una giornata di tensioni e polemiche tra le varie anime del partito.

Alla fine, il parlamentino dem ha approvato la relazione del reggente Maurizio Martina (che rimane in carica fino alla convocazione del Congresso) con 294 sì, 8 astenuti e nessun contrario. Ma al momento del voto la platea era semivuota, rispetto agli 829 delegati registrati al mattino per votare, segno di una presa di distanza dei delegati dai lavori trasversale rispetto ai giochi correntizi.

L'avvio stesso dell'Asseblea, con due ore di ritardo, aveva dato il segnale di una riunione sofferta, alla quale i dem si erano presentati spaccati rispetto al programma originario: elezione del segretario e convocazione del Congresso. Una spaccatura che si era concretizzata in due Odg, uno dell'area Martina per eleggere subito il segretario e l'altra dei renziani ("aveva oltre 400 firme", dirà dopo Andrea Marcucci) per convocare subito il Congresso. Per tutta la mattina, il braccio di ferro tra le i contendenti è andato avanti con forzature da ambo le parti. Compresa la possibilità, messa in campo da Renzi, di ritirare le sue dimissioni.

In questo contesto, Matteo Orfini ha annunciato la mediazione: un voto per rinviare ogni decisione, mentre dalla platea partivano una serie di fischi e 'buuuu'. La proposta del presidente del Pd è passata con 397 sì, a prima vista un trionfo per i renziani che, di fatto, hanno portato a casa il 'congelamento' delle dimissioni del segretario. In realtà, l'odg è stato approvato grazie ad un accordo trasversale tra renziani e franceschiniani cui alla fine non ha preso parte l'area Orlando.

"L'era Renzi è finita", ha esultato l'area Martina, puntando sul fatto che introducendo il voto Orfini avesse ricordato che quelle di Renzi erano state presentate dimissioni "irrevocabili". Poi, in un crescendo, nel suo intervento Martina ha scandito "se tocca a me, tocca a me", rivendicando autonomia e pienezza di poteri. Un passaggio che avrebbe fatto infuriare Renzi; sicuramente i renziani che hanno minacciato di non votare la relazione o di far mancare il numero legale.

"Io, Maurizio, avrei concluso diversamente, rispettando le altre sensibilità", ha poi rimproverato Marcucci al reggente lamentando il fatto che "si è chiesta unità e responsabilità ma non c'è stata da parte di tutti". Alla fine, tra mille difficoltà, l'accordo è riuscito ad arrivare in porto. "Abbiamo evitato divisioni. Unità e pace interna raggiunti, un risultato importante", ha spiegato Renzi. "Faremo presto il Congresso per rilanciare il centrosinistra di governo. Ora fiducia a Martina", ha scritto Gentiloni su Twitter. Appuntamento a luglio, per una nuova Assemblea che si annuncia però carica di tutte le contraddizioni tra i dem.

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