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Con 'AfricaBar' richiedenti asilo sbarcano sul palcoscenico

SPETTACOLO
Con 'AfricaBar' richiedenti asilo sbarcano sul palcoscenico

Uno dei protagonisti di 'Africabar'

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2017 (20 giugno), il Teatro Argentina di Roma ospita dal 22 al 24 giugno, alle 21, in prima nazionale, 'AfricaBar', uno spettacolo di Riccardo Vannuccini dedicato a Hande Kader, transgender turca politicamente attiva nella difesa dei diritti Lgbt uccisa nell'agosto del 2016, quando aveva 23 anni. 'AfricaBar' porta in scena una trentina di attori fuori dal comune. Lo spettacolo è una produzione ArteStudio con Refugee Theatre Company, nata nell’ambito del progetto 'Teatro in fuga' e dedicato alla questione cruciale del nostro tempo, il fenomeno delle migrazioni forzate. Trenta attori in scena, più uno, sopravvissuti al deserto, al mare, ai fucili e al teatro per dar vita a un reportage in forma di appunti scenici, a una performance che vuole essere un manifesto di conoscenza e aprire una finestra sulla tematica delle migrazioni forzate.

Dopo i precedenti 'Sabbia' e 'Respiro', lo spettacolo 'AfricaBar' conclude la Trilogia del Deserto di Riccardo Vannuccini. La performance si pone come l’esito del laboratorio teatrale che ArteStudio ha condotto in collaborazione con Programma integra. I rifugiati, nella nuova veste di attori, costruiscono uno spettacolo ricco di suggestioni, mescolando tradizioni, usi, religioni, razze, richiamando una forte partecipazione immaginativa dello spettatore, così da rendere il 'teatro' strumento di conoscenza, mezzo per indagare il nostro tempo presente. 'Africabar' è una mappa ambivalente: traccia di un di-verso modo di vedere le cose del mondo come fossero sempre l’uno e l’altro assieme: il bianco e il nero, il cielo e la terra, la materia e la musica. "Un teatro simbolico, soprattutto improduttivo - racconta Vannuccini - Esercitazione a mano libera, dizionario disorientato, favola e delirio al tempo stesso. In Africabar il racconto è una giocosa fluttuazione di cosa in cosa, da questo a quello, da locale a straniero, da maschio a femmina senza mai determinare o dividere le figure".

"Cerchiamo di evitare la rap-presentazione, la re-citazione dei modelli in uso commerciali, economici; vogliamo riconsiderare l’essere nell’ apertura al suo molteplice, dove una sola scena è simbolo di più accadimenti che si aprono a infinite combinazioni - prosegue Vannuccini - Un teatro che accetta il rischio dell’inconcludenza, che non si inserisce in un ordine prestabilito, e che mette in prova uno scambio fra attore e spettatore reso possibile dal fatto che il corpo non è solo un organismo, un fotogramma, ma il punto di raccolta di un racconto". "Africabar non è uno spettacolo ordinato ma disordinato, non c’è nessun messaggio, nessun filo conduttore. Il teatro è inteso come metonimia della vita, azione scenica che supera l’esistenza: l’attore non dice e non riferisce ma significa e canta. Le scene sono semplicemente dei pezzi, Stück, e lo spettacolo è un edificio in rovina, deliberatamente esposto al vento e all’acqua, alle intemperie della scena. Africabar è la prova disperata autentica ultima e sciocca dell’impossibilità possibile", conclude Vannuccini. I richiedenti asilo in scena, del Progetto Teatro in Fuga, sono Lamin Njie, Yaya Jallow, Yeli Camara, Lucky Emmanuel, Joseph Eyube, Cedric Musau Kasongo, Alhassane Abdoul Aziz, Christian Ela, Mohamed Harmouche, Seny Sysauane, Kouadio Alfred Koffi, Benoit Kevin Siewe, Bangali Dunbia, Ali Diallo, Ella Sunday, Adnan Ali, Faith Okunbor, Joy Maso, Edith Fostes, Kanae Banou, Bonyagni Elhanji Manoumou, Happy Enohense, Emilie Flore Meniaga, Xubi Jusuf, Sahra Cali, Massa Dabo, Yaya Soumhoro, Idrissa Yaro, Kolimbassa Ousmane, Laura Antonini. Con loro Eva Grieco, Lars Rohm, Alba Bartoli, Maria Sandrelli, Anna Carlier, Caterina Galloni e lo stesso Riccardo Vannuccini.

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