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Abel Ferrara: "'Piazza Vittorio' è simbolo di una Roma vivace ma immutabile"

SPETTACOLO
Abel Ferrara: 'Piazza Vittorio' è simbolo di una Roma vivace ma immutabile

"L'idea alla base di questo documentario era un po' quella di scrivere un diario sui miei tre anni a Roma vissuti in questa zona e quindi raccontare le persone che incontravo, quelle che conoscevo già e quelle che non conoscevo". Abel Ferrara ha presentato così fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia il suo documentario 'Piazza Vittorio', racconta del quartiere romano di cui fa parte l'omonima piazza, diventato crocevia di etnie vicine e lontane (romani, asiatici, nordafricani e indiani) ma anche residenza di molti artisti e personalità legate al mondo del cinema, come Matteo Garrone, Willem Dafoe e come lo stesso Abel Ferrara, che ha deciso di raccontare questo mondo dopo averci vissuto tre anni. Un racconto in cui porta la sua visione indipendente e poetica e in cui si mette in gioco anche fisicamente da 'attore' del documentario. "In fondo - ha spiegato - io non vedo grande differenza tra i film di fiction e i documentari, non cambio approccio".

Qualcuno vede in questo lavoro (che - rivela il produttore - "potrebbe essere 'propedeutico' ad un film di finzione di Ferrara ambientato in questo quartiere") delle somiglianze con i 'Comizi d'amore' di Pasolini: "Ovviamente l'influenza di Pasolini su di noi è conscia e inconscia. Il suo volto e la sua lezione è sempre lì".

Ne viene fuori una giornata surreale e neorealista, con interviste a clandestini, immigrati, clochard, artisti, proprietari di attività commerciali e politici che danno la loro personale testimonianza del luogo. E così il racconto non è più quello di una piazza ma diventa il racconto di un’Italia che cambia e che cerca la strada dell’integrazione ma senza saperne gestire gli 'effetti collaterali'. "Gli africani sono da sempre a Roma, perché sono diventati un problema ora? E poi scappare da una guerra, essere un rifugiato, e differente dall'essere un immigrato".

Il problema è come questa 'accoglienza' viene gestita: "Roma - ha aggiunto il regista - è una città che è lì da 3000 anni e, nei tre anni che ci ho vissuto, malauguratamente non ho visto un cambiamento. C'è un cambiamento nella tradizione, nella situazione ma di fondo non cambia molto. E non è solo una questione di sindaco. Spero comunque che tutto vada per il meglio. Io, come americano, ho i miei problemi politici da curare nel mio paese...", ha concluso il regista che nel doc annota, tra l'altro, che "l'unico presidio culturale del quartiere Esquilino è Casapound".

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