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Andrea Pallaoro: "Il mio 'Hannah' è un giallo esistenziale"

SPETTACOLO
Andrea Pallaoro: Il mio 'Hannah' è un giallo esistenziale

(AdnKronos/Cinematografo.it) - "È un giallo esistenziale, un film sullo stato mentale del personaggio, che esplora questo dramma interiore di una donna intrappolata e prigioniera delle sue scelte". Andrea Pallaoro torna a Venezia quattro anni dopo 'Medeas' (presentato in Orizzonti) e lo fa dalla porta principale, accompagnando il suo 'Hannah' in concorso.

In seguito all’arresto del marito, Hannah (una Charlotte Rampling sublime come sempre) – donna in là con gli anni che sembra non riuscire ad accettare la realtà che la circonda – rimane sola. Prova a condurre la vita di sempre, dal lavoro (le pulizie in una casa dove allo stesso tempo deve accudire un giovane cieco) alle prove di recitazione con il gruppo teatrale, passando per il nuoto libero e la voglia (non corrisposta) di tenere in piedi il legame con la famiglia del figlio.Totale mistero, giallo esistenziale. Film sullo stato mentale del personaggio che esplora dramma interiore, intrappolata e prigioniera delle sue scelte.

"Per noi era importante privilegiare il mondo interiore di Hannah, senza distrazioni superflue, provando a restituire allo spettatore questo disorientamento. Sono attratto da un cinema che dà la possibilità allo spettatore di fare un percorso personale, vedersi riflesso in alcune cose", dice ancora il regista trentino, ormai di stanza da anni negli Stati Uniti.

E il film, che proprio negli Stati Uniti doveva essere ambientato, è stato invece girato a Bruxelles: "Lo script inizialmente prevedeva un’ambientazione americana, poi anche in seguito ai finanziamenti abbiamo dovuto dirottare su Bruxelles. E la scelta si è rivelata molto appropriata per questo senso di grigiore, di alienazione, che la città trasmette", spiega Pallaoro.

che sulla scelta della protagonista racconta: "La sceneggiatura è stata scritta pensando solo a Charlotte Rampling e quando lei ha accettato di prendere parte al film è stata una felicità unica. Non abbiamo fatto molte prove, ma ci siamo conosciuti nel dicembre 2013, avendo modo così di conoscerci nel tempo prima di iniziare le riprese, nel 2016, parlando molto del film e del personaggio".

"Credo sia un ruolo magnifico, che riflette molto bene lo stato d’animo di una donna. In certe circostanze ti senti in colpa, umiliata, arrabbiata, rinchiusa in una solitudine estrema causata dall’abbandono delle persone. Hannah sa che se riesce a superare questo momento può rinascere in qualche modo", dice l’attrice britannica, altra seria candidata per la Coppa Volpi femminile qui a Venezia.

Già acquistato per l’Italia da I Wonder Pictures (ancora da stabilire la data di uscita), 'Hannah' inizialmente doveva intitolarsi 'The Whale', 'la balena', in riferimento ad una situazione del film in cui la protagonista raggiunge la spiaggia per vedere questa enorme carcassa spiaggiata: "Mi piaceva tantissimo come titolo, ma mi sono accorto che poteva suggerire una chiave di lettura troppo intellettuale. Volevo invece che lo spettatore entrasse sin dall’inizio in modo più sensoriale nel film che, tra l’altro, è il primo di una trilogia incentrata su tre personaggi femminili differenti", spiega ancora Pallaoro, che svela: "Il secondo film sarà ambientato negli Stati Uniti e si chiamerà 'Monica'. Racconta la storia di una donna transessuale che torna dopo 35 anni a casa, per ritrovare la madre che all’epoca l’aveva cacciata di casa, ora in fin di vita".

Ma il presente si chiama 'Hannah' e, dopo la presentazione festivaliera, ambiente che Pallaoro conosce anche a livello internazionale dopo aver portato il precedente 'Medeas' in giro per il mondo, l’imminente futuro si chiama sala: "Con 'Medeas' non trovammo distribuzione italiana, stavolta sì e mi sento pronto a condividere il film con il resto del mondo. Sono felice di avere Charlotte accanto a me e mi sento orgoglioso del film che abbiamo fatto, perché credo dia allo spettatore la possibilità di fare il percorso che volevo facesse", dice il regista.

Che indica in 'Deserto rosso' di Antonioni, 'The Headless Woman' di Lucrecia Martel e 'Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles' di Chantal Akerman i primi tre riferimenti-guida per la realizzazione del suo film, senza dimenticare però "cineasti come Fassbinder o Haneke, Reygadas o Tsai Ming Liang". E qualche regista italiano? "Tra gli autori attuali che ammiro di più c’è Michelangelo Frammartino, il suo 'Le quattro volte' lo considero un grande capolavoro".

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