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Jake Gyllenhaal: "'Stronger' è una storia di resistenza"

SPETTACOLO
Jake Gyllenhaal: 'Stronger' è una storia di resistenza

Jake Gyllenhaal al Rome Film Festival (AFP PHOTO)

"Abbiamo sempre bisogno di imparare qualcosa su noi stessi, a pagina 4 del copione mi son trovato a ridere: è una storia di resistenza, lotta, ho voluto partecipare". Parola di Jake Gyllenhaal, che in 'Stronger' di David Gordon Green interpreta Jeff Bauman, un ventisettenne che il 15 aprile del 2013 era alla maratona di Boston per riconquistare la sua ex-ragazza Erin (Tatiana Maslany): l’attentato, una duplice esplosione, fa tre morti e 280 feriti, alcuni gravissimi. Come lui: Jeff perde le gambe, amputate sopra il ginocchio.

Accompagnando il film, prossimamente in sala con 01, alla Festa di Roma, Jake e Jeff ricordano il primo loro incontro: "Ci siamo visti in un ristorante italiano nel nord di Boston: mi piace – scherza Jake - che un ristorante italiano abbia una parte in questa storia".

Tornando serio, l’attore che con questo ruolo può ambire legittimamente a una statuetta osserva: "Bauman è una luce, ha qualità dentro di lui diversa da chiunque altro abbia mai conosciuto. Da lui ho capito che essere eroe o comunque più forte riguarda le piccole cose, i momenti: tendiamo a definire i rapporti sulle grandi cose, ma quelli che ci cambiano sono piccoli, esserci è la cosa più potente che puoi fare, questo è il succo dei rapporti reali".

Viceversa, Bauman confessa di "appoggiarsi a tante persone, io ero alla maratona per amore, oggi mia moglie e madre di mia figlia: il cartello che feci per lei mi piacerebbe averlo ancora. Quanto a essere eroe? No, sono una persona normale".

Lodando la prova di Jake ("Mostra cose di cui non gli ho parlato, ma le ha viste, anche cose cupe, come la scena sotto la doccia"), Bauman ritorna al disturbo da stress post traumatico che ha sofferto: "Ho voluto cacciare Erin, vuoi isolarti, strisciare dentro un buco e uscire dal mondo, scomparire, una forma di fuga. Oggi non bevo, oggi sono un padre, ma sento qualcosa in comune con chi ha vissuto la guerra, come i militari: noi sopravvissuti abbiamo qualcosa in comune. Amici militari mi prendono in giro, e facendolo mi hanno costretto a uscire dal mio guscio".

Sulle ricadute attuali di Stronger, l’attore precisa: "Viviamo in un momento molto confuso e complicato in America e nel resto del mondo: acquisire forza attraverso la vulnerabilità, entrare in connessione con l’altro, prendersi le proprie responsabilità, sono valori da non trascurare. E questo film lo ricorda”. E, ancor prima, ricorda il processo di salvezza, e rinascita, di Bauman: "La parte più difficile della mia guarigione è stato entrare in connessione con gli altri".

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