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Daniele Gatti: "Detestavo Berlioz, poi me ne sono innamorato..."

SPETTACOLO
Daniele Gatti: Detestavo Berlioz, poi me ne sono innamorato...

Daniele Gatti (foto Anne Dokter)

di Pippo Orlando

"A Berlioz mi sono avvicinato estremamente tardi perché prima non solo non lo eseguivo, ma lo detestavo. Non lo capivo e non riuscivo a entrare nella sua poetica; le esecuzioni che ascoltavo, da un punto di vista strutturale e non esecutivo, non destavano il mio interesse. Poi, la scoperta...". Così il maestro Daniele Gatti racconta all'Adnkronos il suo approccio a Hector Berlioz, il grande compositore francese del quale dirigerà al Teatro dell'Opera di Roma 'La Damnation de Faust', spettacolo inaugurale della Stagione 2017-2018 che andrà in scena con la regia di Damiano Michieletto il 12 dicembre prossimo.

Una composizione nata per le sale da concerto e definita da Berlioz 'Légende dramatique', rappresentata in forma scenica solo ventiquattro anni dopo la morte del compositore, nel 1893. "Berlioz la chiama così per sottolineare che la sua creazione non si collega a nessun testo letterario ma attinge alla leggenda di Faust, alla fonte del mito, dandone una sua versione", spiega Gatti che rivela come avvenne il suo approccio al grande compositore francese: "Quando arrivai a Parigi per assumere l'incarico alla guida dell'Orchestre National de France, il presidente della Radio (l'orchestra appartiene a Radio France, ndr) mi disse che avrebbero gradito l'esecuzione di autori francesi. Gli assicurai che avrei eseguito Debussy, Ravel, Bizet, ma non Berlioz. Loro ci rimasero male. Poi capii che non avrei potuto concludere il mio mandato senza eseguirlo, e scelsi 'Roméo et Juliette'".

Lo studio e l'immersione in quella partitura "mi aprirono un universo. Leggendola con gli occhi puri, senza ascoltare altre esecuzioni di quell'opera, capii il valore di Berlioz, che da allora amo moltissimo dirigere". Gatti ha infatti impugnato la bacchetta sia a Parigi che sul podio del Concertgebouw di Amsterdam per eseguire la 'Sinfonia Fantastica', "un'esecuzione estremamente radicale che comparata ad altre suona più estremista, meno post romantica", spiega il maestro milanese.

"Lo spazio che Berlioz può dare all'esecutore è enorme - osserva - le sue partiture sono concepite con uno spirito moderno per l'epoca. E se riusciamo a capirlo e a leggerlo oggi, questa modernità è ancora maggiore se consideriamo che noi si tratta di musiche scritte quasi duecento anni fa. Bisogna fare sentire all'ascoltatore come all'epoca questo compositore aveva forzato i confini di quelle che erano le regole e anche una sorta di buon gusto nella strumentazione. A patto però di leggerlo come l'ultimo classico o come il romantico che attinge a Beethoven, cosa che lo rende più luciferino e vitale. Eseguirlo come un pre-brahmsiano non funziona. Vanno cercati gli spigoli che ci sono nelle sue partiture per capire lo spirito avventuriero e di scoperta di Berlioz".

Quanto alla 'Damnation de Faust' "è costruita sulla stessa falsariga della Fantastica. Faust ha molto in comune con il protagonista della Fantastica - dice Gatti - a cominciare dal delirio che lo possiede e del quale è consapevole. Infatti fin da subito affida tutto nelle mani di Mefistofele. L'unico aspetto cristiano, se così si può dire, dell'opera arriva proprio nel momento in cui Faust accetta la sua dannazione per salvare Margherita. Fino al momento in cui Margherita è in pericolo di vita infatti, Mefistofele ci appare come il compagno di merende di Faust, quello che gli offre momenti di assoluta superficialità, dalla taverna alle scorribande per le strade in cerca di avventure. La vita è fatta di cose profonde e superficiali ma tutto ciò che Mefistofele mostra a Faust è pura superficialità. La cosa più importante che è l'amore, viene utilizzato probabilmente da Mefistofele per mettere alla prova la sua cavia".

Berlioz è profondamente laico, e secondo Gatti, lo dimostra nell'ultima pagina dell'opera, l'apoteosi di Margherita. "Una pagina di difficile esecuzione - dice Gatti - perché non ci regala un granché di ispirato visto che dalla prima all'ultima nota il compositore utilizza sempre e solo lo stesso organico strumentale, come se eternamente si sentisse questa sorta di organo che non cambia mai, con i quattro violini soli che hanno i loro ghirigori, le arpe che bisbigliano, la fascia di strumenti a fiato e gli archi che ogni tanto fanno un tremolo. E va avanti così per 4 o 5 minuti con un'inventiva melodica che non sembra tra le più ispirate. C'è da chiedersi se Berlioz scrivesse volutamente in questa maniera". E Gatti su questo ha pochi dubbi: "Berlioz ci dice: 'volete questi famosi momenti di estasi spirituale? Ebbene, io ve li trasformo in una caricatura grottesca e noiosa'".

Gatti quindi sfata il mito di Berlioz compositore dall'ispirazione intermittente ma vede la assoluta consapevolezza della sua creazione artistica: "Non dimentichiamo - conclude - che lui contestava a Beethoven la fuga finale sull'Amen della 'Missa Solemnis' e in genere non amava i compositori che scrivevano musiche sacre su formule canoniche". Un rivoluzionario anche in questo.

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