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Voucher: l'indagine, pensionati dipendenti e disoccupati principali utilizzatori

Condotta dalla Fondazione Studi consulenti del lavoro sui dati Inps

DATI
Voucher: l'indagine, pensionati dipendenti e disoccupati principali utilizzatori

Pensionati, lavoratori dipendenti e disoccupati sono i principali utilizzatori dei voucher. Il mondo delle imprese, invece, è coinvolto solo per un terzo dell'intero volume di ore lavorate dai voucheristi. E' quanto emerge da un’indagine condotta dalla Fondazione Studi consulenti del lavoro sui dati Inps, che "impone una riflessione politica urgente per evitare che tutti questi soggetti alimentino lavoro sommerso reso visibile proprio grazie all'utilizzo dei ticket".

Inoltre, proseguono i consulenti del lavoro, "i tre maggiori utilizzatori dei buoni lavoro oggi non possono che essere occupati 'occasionalmente' solo tramite uno strumento normativo con le caratteristiche simili al voucher". "Questo perché - spiega - il loro status principale risulta incompatibile o non conveniente rispetto a un rapporto di lavoro dipendente di tipo tradizionale. Allo stato attuale, neanche il lavoro intermittente modificato sarebbe utile, poiché destinato all'utilizzo da parte di aziende, cioè da parte soggetti che non hanno utilizzato i voucher in maniera prevalente come inizialmente sostenuto dai principali detrattori".

Nell'approfondimento della Fondazione Studi viene analizzato il quadro normativo attuale, che non vede valide alternative al lavoro occasionale, e gli effetti dell'abrogazione dei buoni lavoro su imprese e famiglie.

"Attualmente -chiarisce la Fondazione Studi- non si registrano valide alternative che possano rispondere appieno alle esigenze di una prestazione di lavoro di natura occasionale. Non è del tutto adatto il contratto di lavoro a tempo determinato, che comunque prefigura una durata, seppur minima e quindi una sua programmazione, oltre ai divieti connessi al cosiddetto 'stop go', che impone un intervallo di tempo minimo tra un contratto e l'altro".

"Non lo è -sottolinea- il contratto di somministrazione, per motivi simili, oltre al costo orario della prestazione, che supera anche del 50% quello del lavoratore 'voucherista'. Il lavoro a chiamata appare come quello più simile alle esigenze cui rispondeva l’utilizzo dei voucher. Il contratto intermittente, infatti, consente di regolare prestazioni di lavoro discontinue".

D'altra parte, però, avverte, "anche questo è pur sempre un rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti che prevede adempimenti, formalità e programmazione preventiva". "Conseguentemente, anche i costi - prosegue - presentano un significativo aumento rispetto al lavoro accessorio, tra il 40% e il 60% rispetto al costo del singolo voucher. Peraltro, l’attuale normativa, con i limiti di età che impone per il ricorso al lavoro a chiamata (sono esclusi i soggetti che hanno compiuto 25 anni e fino ai 55 anni di età), finisce per tenere fuori dall’utilizzazione di questo contratto proprio la fascia di età di maggior interesse per il dato occupazionale".

Per la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, "l'abolizione dei voucher comporta un vuoto normativo ancor più significativo per le famiglie, evidentemente meno attrezzate per provvedere agli adempimenti formali previsti per la formalizzazione di un rapporto di lavoro, che invece avevano nel voucher un utile strumento di flessibilità e semplicità per richiedere prestazioni lavorative di piccolo cabotaggio, tipiche delle esigenze familiari (collaborazioni domestiche per le pulizia, piccoli lavori di manutenzione, artigianali, ecc.)".

Dunque, osserva, "manca completamente uno strumento normativo per dare regolarità ai tanti rapporti che si avviano in ambito familiare; infatti, i soggetti maggiormente utilizzati in ambito familiare si troveranno ora a fare i conti con una assoluta mancanza di regolamentazione".

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