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Rassegna stampa: il lavoro nei quotidiani di oggi

DATI
Rassegna stampa: il lavoro nei quotidiani di oggi

Per Tommaso Di Tanno, docente al master di Diritto tributario della Bocconi nonché uno dei più titolati fiscalisti d' Italia, la "lista nera" approvata ieri dall' Ecofin serve a poco. E a proposito dei paradisi fiscali dei 17 Paesi inclusi nella lista europea dice ad Avvenire: "In realtà io li definirei paradisi dell' occulto, della disinformazione". "Chi porta i soldi a Panama o Barbados non ha tanto l' obiettivo di non pagare le tasse. Se fosse quello lo scopo andrebbe in Burundi o Zimbabwe, dove nemmeno esistono sistemi fiscali o accertamenti. È avere uno strumento per ricevere e scambiare capitali senza essere visti, in un sistema di piena opacità. Qualcosa che interessa a tanti delinquenti ordinari ma anche a politici, imprenditori e altri soggetti. Sono capitali che possono servire a comprare voti, autorizzazioni, complicità varie".

"Siamo molto preoccupati. Si respira un' aria nel Paese che non è salutare. Ma siamo ancora in tempo per rimediare". Lo dice al Sole 24 Ore Carlo Robiglio, neo presidente della Piccola Industria e cioè del cuore pulsante dell' economia italiana. A preoccupare Robiglio è soprattutto "la tentazione, che in molti casi diventa realtà, di cambiare le carte in tavola. Di fare e poi disfare senza tener conto delle conseguenze di comportamenti schizofrenici". Si riferisce, spiega "all' Ilva di Taranto, per cominciare. Ma anche al dibattito parlamentare sul Jobs act. La politica sta mostrando un pericoloso tratto d' irresponsabilità".

Pasquale Tridico, docente di Economia all'Università Roma Tre, scrive sul Fatto Quotidiano: "Pochi si interrogano sulle cause profonde del calo della produttività: abbiamo un settore dei servizi poco innovativo e riforme del lavoro che hanno scoraggiato gli imprenditori a scommettere sulla tecnologia, incentivando ad approfittare del costo del lavoro basso e dei precari. Negli ultimi quattro decenni, molte economie avanzate, inclusa la nostra, hanno subito cambiamenti significativi nelle loro strutture produttive con una transizione verso il settore dei servizi e il calo della manifattura. Il cambiamento può costituire una minaccia per la dinamica della produttività del lavoro soprattutto se i nuovi lavori che emergono nei servizi non sono abbastanza specializzati, non orientati all' innovazione e al progresso tecnico, ma intrappolati in settori terziari poco specializzati, come il turismo, il settore alimentare, l'accoglienza (hotel e ristoranti), i servizi alla persona (badanti e simili), logistica a basso contenuto tecnologico".

Il concentrato di pomodoro cinese non abita qui. L'estratto orientale, messo sotto accusa per la sua scarsa qualità e per come viene prodotto da un libro inchiesta (Rosso marcio del francese Jean Baptiste Malet, edizioni Piemme), è lontano dalle nostre tavole. "Non arriva a condire spaghetti e pennette se si comprano prodotti italiani, siano pelati, passate o sughi pronti" dice a La Repubblica Antonio Ferrarioli, presidente dell'Anicav, l' associazione nazionale industriali conserve alimentari. Concentrato cinese off limits in Italia? "Sì, non si può produrre l' uva dal vino. La scatola di pelati o polpa, che rappresenta la gran parte del mercato italiano, per legge si può produrre solo con pomodoro fresco, non con concentrato. Il prodotto orientale viene venduto soprattutto in Africa, e molto meno da noi dove il concentrato rappresenta solo poco più dell' uno per cento del mercato legato ai pomodori".

"A noi uomini (intesi come maschi) attivi in politica, se vogliamo comprendere come si scrive un programma, consiglio vivamente la lettura, anzi direi lo studio, delle 57 pagine del 'Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere'. A quanti fra di noi si interrogano sulla crisi della partecipazione, suggerisco di frequentare le centinaia di assemblee territoriali e le piazze riempite da decine di migliaia di donne (e non solo), fino all' ultimo corteo del 25 novembre scorso a Roma. Un movimento capace di mostrare come la violenza patriarcale sia elemento tragicamente determinante tra le forme, vecchie e nuove, di oppressione. E come non sia possibile analizzarla, e quindi combatterla, se non ricollegandola al ruolo decisivo giocato dal lavoro di cura e dalle forme, vecchie e nuove, in cui non viene riconosciuto ed è anzi sfruttato. Per queste e molte altre ragioni, per quanto mi riguarda "Liberi e uguali" è da leggere e pronunciare, fin da subito, come "Libere e Liberi. E uguali". Lo scrive Nicola Fratoianni sul Manifesto.

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