Confesercenti: da patto per salari 10 mld reddito disponibile

Un "patto per i salari" che permetta di applicare ai futuri incrementi retributivi contrattuali la detassazione attualmente riconosciuta ai premi di produttività. E' la proposta di Confesercenti secondo cui questo intervento, "a regime, ci farebbe guadagnare mezzo punto di crescita dei consumi e di Pil in più all’anno". E senza incidere sull’equilibrio dei conti pubblici, perché la detassazione insisterebbe su un gettito fiscale che deve ancora essere messo a bilancio, essendo legato ad incrementi retributivi futuri. Secondo le simulazioni condotte da Cer Eures per Confesercenti, l’estensione della detassazione permetterebbe alle famiglie, a fronte di ogni incremento aggiuntivo della retribuzione dell’2% in termini reali, di recuperare 10 miliardi di reddito disponibile, con effetti positivi sulla crescita, sul tessuto imprenditoriale e sull’occupazione: permetterebbe infatti la nascita di 5mila imprese del commercio in più e la creazione di 60mila posti di lavoro, segnala la ricerca.

Il maxi-ammortamento varato per l’anno di imposta 2017 nel commercio e nei servizi coinvolgerà solo tre imprese su dieci, rispettivamente il 29,8 ed il 31,4%, escludendone il 70%. La percentuale di soggetti beneficiati dal provvedimento sale invece al 48,2% per le imprese esportatrici e al 58,4% per quelle con più di 500 addetti. Nonostante due anni di ripresa, invece, i consumi finali degli italiani sono ancora abbondantemente al di sotto dei livelli registrati prima della recessione: al netto dell’inflazione, nel 2016 i consumi sono ancora inferiori del -4,8% ai livelli pre-crisi (2007), per circa 47 miliardi di euro in meno in valori assoluti.

Anche in assenza dell’aumento Iva (il cui impatto negativo sul prodotto interno lordo ammonterebbe a -5 miliardi di euro) le difficoltà vissute dal mercato interno in questi dieci anni di crisi non hanno mancato di incidere sul tessuto imprenditoriale italiano di tutti i settori. Escludendo le libere professioni, dal 2007 ad oggi, imprenditori, lavoratori in proprio e collaboratori familiari sono passati da 4,3 milioni a 3,7, con una perdita secca superiore alle 600mila unità. Nello specifico, abbiamo perso 81mila imprenditori in senso stretto, 78mila lavoratori in proprio con dipendenti, 336mila senza dipendenti e 108mila coadiuvanti familiari.

La crisi del mercato interno ha colpito soprattutto le Pmi del commercio, che sono state letteralmente decimate. Tra il 2011 ed il 2016, ci sono state ben 267mila chiusure, in media 122 al giorno. Fa eccezione il commercio in franchising, che trova affermazione nella grande distribuzione ma anche e soprattutto tra i piccoli commercianti. E che ha realizzato un fatturato complessivo che nel 2016 si attesta a oltre 24 miliardi di euro, registrando una crescita del +0,5% rispetto all’anno precedente. Esistono delle "ottime ragioni sociali ed economiche" per sostenere il tessuto di piccole e medie imprese della distribuzione commerciale tradizionale.

Le piccole attività, infatti, sono caratterizzate da un’intensità occupazionale maggiore della Gdo. Secondo le rilevazioni di Cer-Eures, le Pmi commerciali con un fatturato entro un milione di euro occupano in media 12,9 dipendenti, oltre il doppio dei 5,9 dipendenti per milione di euro di fatturato impiegato in media dalle imprese del settore. Una differenza significativa, soprattutto nel caso si predisponesse un piano di stimolo per l’aumento dei consumi.

L’incremento di un miliardo di euro di fatturato nel commercio tradizionale determinerebbe infatti 13mila nuovi posti di lavoro, mentre lo stesso aumento del volume delle vendite nella Gdo porterebbe a 3.500 nuovi occupati, con una differenza di 9.500 unità. Le Pmi sono più interessanti della Grande distribuzione anche per l’erario: l'incremento di un miliardo di euro di fatturato determinerebbe un incremento di gettito fiscale di 78 milioni di euro, mentre lo stesso aumento del volume di vendite nella grande distribuzione organizzata porterebbe maggiori introiti per il fisco di soli 38 milioni. Sostenere l’economia delle piccole imprese del commercio tradizionale vuol dire dunque sostenere l’occupazione e l’efficienza del sistema fiscale.