Home . Magazine . Cybernews . Cybercrime? Non pensate agli anziani, sono più a rischio i nativi digitali

Cybercrime? Non pensate agli anziani, sono più a rischio i nativi digitali

Pubblicato il Norton Cybersecurity Insights Report

CYBERNEWS
Cybercrime? Non pensate agli anziani, sono più a rischio i nativi digitali

(Infophoto)

Incredibile a dirsi ma sono i nativi digitali, la cosiddetta Generazione Y, a correre il rischio maggiore di finire nelle trappole dei criminali informatici. Una realtà curiosa, perfettamente fotografata nell’ultimo Norton Cybersecurity Insights Report di Symantec, che sfata il sentito comune in tutto il mondo secondo quelle più a rischio sono le generazioni meno attente alla tecnologia, come i baby boomer, ovvero i nati nel Dopoguerra. E invece, dati alla mano, emerge che i nativi digitali ad esempio tendono a condividere maggiormente le password rispetto agli altri, e lo fa addirittura il 19%. Oppure viene fuori che la parola segreta scelta è poco complessa rispetto a quella preferita dai baby boomer: ben dieci punti percentuali, 37% contro 47%.

C'è però da notare che non sempre invecchiando si diventa saggi: la Generazione Y sa gestire meglio le impostazioni della privacy su un computer, sullo smartphone e sa cambiare con facilità la password di una rete Wi-Fi. Le percentuali sono molti più alte di quelle dei baby boomer, raggiungendo differenze che sfiorano i trenta punti percentuali. Eppure nel mondo la paura di subire un crimine informatico c'è. Solo il 13% degli oltre 17mila consumatori intervistati da Symantec nel suo report pensa di avere il controllo assoluto dei propri dati e delle proprie informazioni che girano per la rete. L'81%, al contrario, vede con preoccupazione la possibilità di subire cyberattacchi. C'è anche di più nella ricerca, c'è un dato che mostra come i tempi stiano cambiando: oltre la metà delle persone che hanno espresso il proprio parere, il 57%, crede che sia più possibile il furto di informazioni on line, magari in seguito a un acquisto, che quello del portafoglio. Si teme maggiormente che vengano rubati i dati della carta di credito (50%) e l'identità (49%).

"Il punto è sempre lo stesso, si può parlare quanto si vuole di numeri e percentuali, ma quello che emerge sempre di più è che la sicurezza informatica è un problema di cultura e di mentalità, che dobbiamo cambiare", commenta all'Adnkronos Antonio Forzieri, esperto di sicurezza di Symantec. Scenario in cui gioca un ruolo importante chi della cybersecurity fa il proprio mestiere: "Spetta a noi il dovere di cambiare questa mentalità, ma non è facile. Oggi riusciamo a capire meglio perché succedono queste cose, ma il problema vero è che si pensa che la tecnologia sia il giubbotto antiproiettile per tutto".

La lente del Norton Cybersecurity Insights Report ha preso di mira anche le abitudini degli italiani. Emerge un fatto che desta un po' di preoccupazione: siamo un popolo che ha troppa fiducia in se stesso e che si promuove a pieni voti nei comportamenti on line. Però, poi, i test di sicurezza più semplici non li superiamo. C'è anche chi fa lo 'scaricabarile': il 15% degli intervistati pensa che la sicurezza informatica non sia una propria responsabilità.

"Come al solito c'è questo orgoglio italiano - commenta Forzieri - e ci sentiamo sicuri. Non riesco a spiegarmi perché, visto che veniamo attaccati da attività cybercriminali e ci rubano password e account. Ci diciamo preoccupati, ma poi non facciamo nulla per proteggere le informazioni. Sembra ci sia una sorta di pigrizia, ad esempio nel non voler impostare una password sul proprio smartphone".

In cosa sbagliamo? Intanto, meno della metà degli italiani (45%) sceglie una password sicura sui propri dispositivi e circa il 20% non ne imposta una sullo smartphone. Quest'ultima in realtà è una pratica scorretta che sta andando verso la scomparsa e il dato è incoraggiante: il 75% di chi utilizza un telefono oggi blocca l'accesso con un codice. C'è poi il brutto vizio di condividere le password. Gli italiani lo fanno meno di molti europei, ma c'è sempre un buon 15% di persone che lo fa e quando decide di dirla in giro, a parenti e amici, non si pone grossi problemi: condivide persino quella dell'home banking (25%), pur sapendo che si tratta di un'informazione veramente sensibile.

Forse il dato più 'brutto' che ci caratterizza è però un altro: quasi la metà (46%) degli italiani non cambia la password in seguito a una violazione della sicurezza. Non siamo i peggiori, in Francia non lo fa il 56%, ad esempio, mentre nel regno Unito la percentuale scende, seppure di poco (42%).

Forti forse del mito diffuso che li vede molto attenti, i genitori italiani risultano essere tra i più prudenti al mondo. Il 92% si è detto preoccupato della sicurezza on line dei propri figli e tre su quattro hanno dichiarato di aver preso precauzioni per proteggerli. Le misure più utilizzate sono le classiche limitazioni all'accesso ad alcuni siti web (53%) e alle informazioni che postano su di loro sui propri social network (51%), insieme a quelle che i loro figli possono condividere con le loro cerchie di amici on line (47%). Una scelta che però non è la via giusta, continua Forzieri, perché "quelle misure che ci sentiamo di utilizzare sono proibitive più che educative. I bambini, soprattutto, hanno bisogno di educazione alla sicurezza informatica. Sembrerà banale, ma è molto più efficace spiegare come trattare i dati e le informazioni piuttosto che proibirne l'accesso", ribadisce il manager.

Il 42% dei genitori italiani, tanti quanti negli Stati Uniti ma quasi il doppio che in Francia, ha ammesso che i propri figli sono stati vittime di episodi di cybercrime. I più frequenti rimangono i download di virus sul computer personale o di casa (20%) e le risposte alle email di phishing (9%). C'è anche qualche episodio di smishing (il phishing via sms) e le violazioni dei profili social, due casualità che si fermano 8%.

In questo contesto, sostiene quindi Symantec nel report, è quindi naturale che i genitori possano preoccuparsi: il 61% teme che i propri figli possano dare troppe informazioni a sconosciuti, il 59% ha paura che possano essere convinti con l'inganno a incontrare malintenzionati e il 53% pensa che potrebbero subire atti di bullismo oppure molestie.

Il report di Symantec non dice cosa accadrà in futuro, ma Forzieri si lancia in alcune previsioni per l'anno che sta per arrivare. "Il grosso dei test sulla sicurezza nel 2016 arriverà dall'internet delle cose. Proviamo ad immaginare un ransomware che blocca la televisione e chiede pochi soldi per sbloccarla. Tecnicamente è una cosa fattibile - sostiene l'esperto di sicurezza - la chiave sarà su quanto monetizzerà. Se si trova un modo per hackerare una televisione, lo scenario diventerà preoccupante. Se comprometti un milione di televisori, chiedendo pochi soldi per sbloccarla, in molti accetteranno e il ritorno per un criminale sarà enorme", prevede.

"Il mondo IoT è affascinante per tanti motivi. Ti dà un nuovo modo di interagire con la tecnologia. Ma alla fine - avverte Forzieri - un dispositivo indossabile non è altro che un computer su un polso che porti con te quando per esempio sali su un aereo. Oggi i velivoli sono sempre connessi e l'elettronica è una realtà. Cosa si può fare colpendo questa tecnologia?", si chiede Forzieri lasciando spazio a scenari non proprio rosei.

Commenti
Per scrivere un commento è necessario registrarsi ed accedere: ACCEDI oppure REGISTRATI