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Dal 'New Look' alla rivoluzione femminista di Chiuri, la maison Dior compie 70 anni

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Dal 'New Look' alla rivoluzione femminista di Chiuri, la maison Dior compie 70 anni

Alcune creazioni Dior. Da sinistra John Galliano (Xinhua), Bill Gaytten (Xinhua), Raf Simons (Xinhua) e Maria Grazia Chiuri (Afp)

Chissà cosa direbbe oggi Christian Dior a vedere, dopo 70 anni dalla fondazione del suo storico atelier in Avenue Montaigne, una donna alla guida della sua maison. Di certo il riservatissimo e introverso Monsieur, che amava celebrare le donne sopra ogni cosa, sarebbe fiero di sapere che è una donna come Maria Grazia Chiuri ad aver preso in mano le redini della sua mitica maison. Per giunta, dando vita a una vera e propria rivoluzione 'femminista' come non si era mai vista prima in casa Dior.

Chiuri è la prima donna a legare il suo nome a doppio filo a quello del brand satellite del colosso Lvmh. La prima, dopo tutti i giganti che sono succeduti a Monsieur (Marc Boahn, Yves Saint Laurent, Gianfranco Ferré, John Galliano e Raf Simons) ad aver ridato lustro alquel concetto di artigianalità nel lusso che da tanto tempo mancava. Del resto era proprio il padre del 'New Look' a ripetere spesso che 'Il lusso è libertà'.

Figlio di un industriale, dopo aver frequentato l'École des Sciences Politiques, Monsieur Dior abbandonò presto gli studi tentando la strada dell'arte. Fu così che aprì una piccola galleria, che però chiuse i battenti nel giro di qualche anno per via dei problemi economici che portarono al collasso l'azienda di famiglia. Prima di essere chiamato per il servizio militare, dal 1937 al 1939 lavorò con Robert Piguet, per poi approdare nella casa di moda di Lucien Lelong dove lavorò fianco a fianco con un altro colosso della moda: Pierre Balmain. Fu solo nel 1946 che capì che era giunto il tempo di mettersi in proprio.

Oggi sono passati esattamente 70 anni da quell'8 ottobre 1946, quando Dior tagliò il nastro al suo primo atelier a Parigi, grazie all'aiuto di Marcel Boussac, re del cotone, che ne finanziò l'impresa. Dior si stabilì al civico 30 di Avenue Montaigne, ancora oggi quartier generale della griffe. Il resto è storia.

Pochi come lui riuscirono a rivoluzionare la moda, liberando le donne da silhouette costruite e tessuti troppo pesanti. Fu sempre Dior nel 1947 l'artefice di quella rivoluzione ribattezzata dalla stampa americana 'New Look' e fatta di spalle arrotondate, linee fluide e allungate, gonne a corolla e vitino di vespa. Con fiumi di stoffe e tessuti raffinati sostituì il panno in voga durante la guerra dando un'accelerata alla ripresa dell'industria tessile.

Da quel momento, ogni sua collezione fu salutata con successo. Alle linee 'Corolle' e 'En Huit' del 1947 seguirono altre fortunate invenzioni, tra cui quella del 1953, soprannominata 'a tulipano' che metteva in evidenza il seno, o ancora, il tailleur Bar e le linee ribattezzate con le lettere dell'alfabeto. Ci fu la 'A' della gonna ampia e spalle strette o ancora, la 'H' che uniformava il seno alla linea del corpo.

Il 24 ottobre 1957, Monsieur ebbe un collasso mentre si trovata a Montecatini e morì. La maison continuò a crescere sotto la guida creativa di diversi stilisti, a partire dal suo braccio destro e pupillo, un giovanissimo Yves Saint Laurent, che poco più che ventenne ereditò, per tre anni, il timone di Avenue Montaigne.

Chiamato al servizio militare, nel 1960 Saint Laurent passò il testimone a Marc Bohan, che ancorò il marchio alla contemporaneità. Dopo l'acquisto della maison da parte del patron di Lvmh Bernard Arnault, fu l'italiano Gianfranco Ferré ad assumere le redini creative nel 1989, prima che il ciclone Galliano fu chiamato a riscriverne le regole, plasmando la griffe con la sua visione eccessiva e ironica della moda. Dopo lo scandalo che lo coinvolse nel 2011, (lo stilista fu ripreso in locale parigino mentre si esprimeva con insulti antisemiti e razzisti nei confronti di due ragazze, ndr) Galliano fu licenziato in tronco dall'azienda.

Il tempo di una breve parentesi firmata Bill Gaytten, e l'era post Galliano fu segnata dall'estro di Raf Simons, beniamino della stampa e degli addetti ai lavori, capace di instillare nel brand la sua visione minimalista e pura della moda. Solo tre anni dopo essersi insediato, però, nell'ottobre del 2015 lo stilista belga rassegnò le dimissioni, dando inizio, suo malgrado, al turnover degli stilisti nelle altre fashion house.

Oggi, con il debutto di Chiuri, andato in scena la settimana scorsa, la storia riparte da zero. Dopo aver passato oltre 25 anni al fianco di Pierpaolo Piccioli, prima nelle fila di Fendi, poi per 8 anni alla corte di Valentino, ora la designer romana ha iniziato a scrivere un nuovo quanto personalissimo capitolo del suo racconto estetico nella leggendaria maison francese.

A partire da uno slogan, stampato a chiare lettere sulle t-shirt mandate in passerella e destinato, perché no, a diventare il manifesto dei Millennial: '"We should all be feminist", "tutti dovremmo essere femministi".

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