Stato-mafia, Severino con Napolitano. Di Pietro: "Quirinale mortifica le istituzioni"

ultimo aggiornamento: 17 luglio, ore 20:38
Roma, 17 lug. (Adnkronos) - "L'aspetto più importante è mantenere la segretezza intorno al contenuto di telefonate che possano riguardare persone istituzionalmente protette per il ruolo che svolgono" al di là del verdetto della Consulta.
Il ministro della Giustizia Paola Severino si schiera con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, all’indomani della decisione del Quirinale di sollevare il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo, per alcune intercettazioni tra il Presidente e l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino, nell’ambito dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia.
Il Guardasigilli sottolinea inoltre che "qualunque sia la soluzione interpretata che si vorrà adottare, ossia l'adozione di regole di procedura penale, o quella della legge quelle garanzie applicate al capo dello Stato, si dovrà rispettare la sostanza della legge che è quella di evitare che conversazioni del capo dello Stato possano essere rese pubbliche".
Sullo scontro tra Napolitano e Procura di Palermo, interviene con parole dure il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro definendo la decisione del Capo dello Stato di chiamare in causa la Consulta una ‘’scelta drastica che non nobilita le istituzioni ma le mortifica’’. ‘’Ecco perché, come cittadino – afferma Di Pietro in un video-messaggio pubblicato sul suo blog - io mi sento mortificato nel merito per la sua scelta molto chiusa nell'interpretare la Costituzione. Noi dell'IdV invitiamo i giudici di Palermo a 'resistere, resistere, resistere'". In ballo per l’ex pm c’è un’indagine che riguarda la trattativa tra Stato e mafia, portata avanti da ‘’persone di altissimo rango istituzionale’’ mentre altre, tra cui Falcone e Borsellino, ‘’venivano ammazzate".
"In una situazione di questo genere, ma proprio su questo processo, Signor Presidente, Lei ha trovato opportuno sollevare una questione di conflitto di attribuzione? Sicuramente, come gli stessi giudici hanno riconosciuto, Lei non ha nulla da temere da quelle telefonate. E allora in uno Stato democratico, in uno Stato di diritto, non è più eticamente accettabile - chiede il leader dell'Idv - che chi gode delle immunità faccia un passo indietro per un fine nobile? Ossia quello di scoprire la verità sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, mettendo a disposizione tutto ciò che può essere messo a disposizione in un processo alle parti processuali? Perché Lei oggi, proprio su questo processo, rifiuta di far sapere a terzi cosa vi siete detti con l'allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, poi presidente del Senato, poi vicepresidente del Csm?".
In difesa dei magistrati di Palermo, il Procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso secondo il quale i pm hanno agito ''secondo come ritenevano di applicare la legge'', in ogni caso ''in buona fede''. Sulla correttezza delle procedure adottate e sul rispetto delle leggi ''deve decidere la Corte costituzionale. Certamente l'hanno fatto in buona fede, non c'è dubbio'', ha aggiunto Grasso. Per il Procuratore ‘’occorre che ci sia un giudice terzo, in questo caso la Corte costituzionale, che decida come effettivamente ci si deve comportare in questi casi''.