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Mostre: grande retrospettiva al Vittoriano su Mario Sironi

Novembre 2014 – Adnkronos

Tra i più grandi Maestri del Novecento italiano, Mario Sironi viene presentato al Complesso del Vittoriano di Roma con una grande retrospettiva. La mostra 'Mario Sironi. 1885-1961' sarà aperta fino all’8 febbraio 2015.

Attraverso le sue opere più significative si intende ricostruire la complessa attività del artista, ripercorrendo tutte le stagioni della sua pittura, dagli esordi simbolisti al momento divisionista, dal periodo futurista a quello metafisico, dal Novecento Italiano alla pittura murale fino alle opere secondo Dopoguerra.

Con novanta dipinti, bozzetti, riviste, e un importante carteggio con il mondo della cultura del Novecento italiano, la mostra, partendo dalle creazioni giovanili fino ad arrivare quelle degli ultimi giorni, intende far conoscere meglio un artista di statura europea, del quale lo stesso Picasso diceva “avete un grande Artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”.

Il percorso espositivo parte con un approfondimento della fase giovanile dell’artista, l’iniziale momento simbolista prima dell’epoca futurista (Il camion) e metafisica (La lampada). Seguono gli anni Venti, quando Sironi è tra i fondatori del Novecento Italiano e dà avvio alla stagione novecentista e classica, durante la quale vede la luce uno dei suoi capolavori, L’Architetto, 1922-1923 (esposto alla Biennale di Venezia del 1924). Vengono poi documentati il momento della sua “crisi espressionista” , a cavallo tra anni Venti e anni Trenta (Il pescatore), e la successiva avventura della pittura murale sempre degli anni Trenta (Il lavoratore); la neometafisica (Eclisse) e il ritorno al quadro degli anni Quaranta (La penitente); infine le opere del Dopoguerra e l’Apocalissi, uno dei suoi ultimi cicli pittorici, quasi il testamento spirituale dell’artista.

Sironi è stato uno dei più originali pittori italiani, nonché tra i più rappresentativi della sua epoca, come testimonia la stima dei colleghi, e non solo, nei suoi confronti. Scrive Elena Pontiggia in uno dei saggi in catalogo: «Sironi è stato mussoliniano ma, per parafrasare Vittorini, non ha mai suonato il piffero della rivoluzione fascista perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda. Sironi, insomma, è stato il più tedesco dei pittori italiani e il più italiano dei pittori tedeschi».

«“Per me la sua pittura è una lezione di tragedia… Non c’è pittore che valga i suoi quadri”. A scrivere così di Sironi non è un critico d’arte, un accademico, un professore universitario, ma lo scrittore Gianni Rodari. E non sta parlando di estetica, ma di quando il 25 aprile aveva salvato la vita all’artista, fermato da un gruppo di partigiani di cui lui, Rodari, faceva parte. Forse perché non è un critico, Rodari centra il cuore della questione: l’arte di Sironi è una lezione di tragedia. Ma c’è dell’altro. La pittura di Sironi è anche una lezione di grandezza. Le due cose combaciano nelle sue opere come le valve di una conchiglia. Tragedia, cioè drammaticità, tensione, espressionismo, romanticismo. Grandezza, cioè forza, equilibrio, solennità, classicità».

Caratteristiche che nella mostra vengono raccontate attraverso le grandi opere provenienti dai più importanti musei pubblici e dalle più prestigiose collezioni private, tra cui la GNAM (Roma), la Galleria d’arte moderna di Roma Capitale, Ca’ Pesaro e Collezione Peggy Guggenheim (Venezia), il Mart di Trento e Rovereto, la Pinacoteca di Brera e il Museo del Novecento (Milano), la GAM (Torino), il Museo d’Arte Moderna “Mario Rimoldi” (Regole d’Ampezzo), la Pinacoteca Comunale di Faenza, Palazzo Romagnoli di Forlì e la Galleria d’Arte Moderna “E. Restivo” di Palermo. Opere che ripercorrono l’intero cammino della vita e dell’opera del pittore, da cui traspare una concezione dell’arte antiaccademica, aperta alle suggestioni del teatro, dell’architettura, della scultura, dell’illustrazione e della pubblicità.

Cuore pulsante dell’esposizione romana saranno le opere monumentali di Sironi, come Il lavoratore (1936) e L’Impero (1936), perché, spiega ancora la curatrice, «la grandiosità di quella che, non per caso, è chiamata Città Eterna influenza profondamente la sua concezione dell’arte. L’ideale della Grande Decorazione che Sironi coltiva negli anni trenta si forma in lui ben prima di quegli anni (e ben prima del fascismo), guardando l’Arco di Tito e il Colosseo, la basilica di Massenzio e la Colonna Traiana, il Pantheon e le Terme di Caracalla, gli affreschi di Raffaello e di Michelangelo».

La mostra, che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, si avvale del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, del Ministero degli Affari Esteri, ed è realizzata in collaborazione con la Regione Lazio, con Roma Capitale, con la Camera di Commercio di Roma e con l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, è curata da Elena Pontiggia, in collaborazione con l’Archivio Sironi di Romana Sironi.

“Mario Sironi. 1885-1961” riflette l’attenzione del Vittoriano per la pittura italiana del Ventesimo secolo, un percorso iniziato nel 2012 con Renato Guttuso e proseguito nel 2013 con la mostra dedicata a Cézanne e ai pittori italiani che dal padre dell’impressionismo trassero ispirazione. Un’attenzione che nella primavera 2015 sarà ancora confermata dalla presenza al Vittoriano di un altro grande artista del nostro Novecento, “Giorgio Morandi. 1890-1964”.

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