L'autore Giancarlo Infante: "Giornalista e direttore del Il Popolo pagò con l'esilio. Fu una delle voci più coraggiose del cattolicesimo democratico e sociale. Abbiamo il dovere di non dimenticare"
"La borsa di cuoio di Matteotti è ancora aperta. Continua ad interrogarci nel presente". Lo scrive nella nota introduttiva di 'Intrigo all'italiana - Il delitto Matteotti tra politica, affari e spie' Giancarlo Infante, giornalista e autore del romanzo verità (appena pubblicato in seconda edizione in concomitanza con la ricorrenza domani del 102esimo anniversario dell'assassinio del deputato socialista) che tra orge di regime, archivi blindati, ricatti, petrolio, giornali comprati e concessioni miliardarie intesse una trama per svelare il lato oscuro del potere di quella stagione e l'intrigo che portò al delitto del politico antifascista il 10 giugno 1924. Delitto che "non fu un evento isolato - sottolinea Infante - bensì il collaudo di un sistema di potere dove i risarcimenti morali non arrivano mai e le verità scomode restano sepolte sotto interessi economici globali".
Infante, adottando il ritmo di una sceneggiatura, guarda al delitto anche attraverso la lente di uno dei suoi protagonisti spesso dimenticati: il giornalista Giuseppe Donati, già Direttore de Il Popolo, che "con coraggio denunciò il generale De Bono e quanti si erano messi alla testa della Ceka", la'polizia parallela', organizzata dagli stessi vertici del partito nazionale fascista che organizzò le violenze che precedettero il brutale assassinio Matteotti. "Fu una delle voci più coraggiose del cattolicesimo democratico e sociale - ricorda l'Autore - invitò a non piegare la testa di fronte al regime nascente. Fu lui a denunciare il legame torbido e corruttivo tra la violenza squadrista e gli affari sporchi in cui erano coinvolti i capi fascisti, affaristi e ambiziosi con pochi scrupoli. L'anno dopo la denuncia, e dopo aver visto più volte distrutta la redazione de Il Popolo dalla plebaglia in camicia nera, fu anche lui vittima, pagando con l'esilio la sua sete di giustizia. Morì in povertà estrema e in solitudine a Parigi non molti anni dopo, lasciandoci un'eredità morale immensa". "Eppure in pochissimi ricordano il suo nome".
Secondo Infante, "oggi, fedeli a quell'ispirazione cristiana che cerca la luce nelle zone grigie della storia e rifiuta i compromessi del potere, abbiamo il dovere di non dimenticare. Il delitto Matteotti si portò dietro una scia di altre vittime. E Giuseppe Donati fu tra le più nobili". (di Roberta Lanzara)