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Farmacie, cosa cambia con il Ddl concorrenza

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Farmacie, cosa cambia con il Ddl concorrenza

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Le oltre sedicimila farmacie italiane si apprestano ad affrontare l’arrivo sul mercato italiano delle grandi catene, uno 'sbarco' che inciderà sul numero e sulla qualità dei servizi delle farmacie di domani e sul prezzo dei farmaci non mutuabili. Quali saranno le ricadute per i cittadini? A tentare di dare una risposta al quesito è Altroconsumo, l'associazione per la tutela e difesa dei consumatori, che con il progetto 'Diritti in Salute' aiuta a risolvere i dubbi più comuni in materia di sanità. 'Diritti in salute' è nato dalla collaborazione tra Altroconsumo e Acu, associazione consumatori utenti, ed è finanziato dal ministero dello Sviluppo economico.

Nel testo del 'Disegno di legge sulla concorrenza' approvato in via definitiva lo scorso 2 agosto - osservano gli esperti di Altroconsumo - il passaggio sull’apertura delle farmacie al capitale è 'sorprendentemente' rimasto lì dov’era. Con una limitazione: ciascuna società potrà controllare in una stessa regione o provincia autonoma fino al 20% delle farmacie. In linea teorica, significa che la proprietà delle farmacie italiane potrebbe concentrarsi nelle mani di soli cinque grandi gruppi. Un'eventualità che, se anche si avverasse solo in minima parte, agita il sonno dei farmacisti.

Ma in realtà - sottolinea Altroconsumo - il provvedimento, nel breve volgere di tempo che va dalla sua ratifica alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale, ha già messo le ali alle quotazioni delle farmacie: poiché non è stato toccato il vincolo che lega la presenza di una farmacia al numero di abitanti, non se ne possono aprire di nuove, a meno che non si verifichi un’esplosione demografica. Quindi, le società di capitali per entrare nel mercato saranno costrette a comprare le farmacie già esistenti. A peso d’oro.

I minori costi delle grandi catene rispetto ai piccoli esercizi si tradurranno in prezzi più bassi per i cittadini? La soluzione che avrebbe davvero messo uno scivolo sotto ai prezzi - e che da tempo Altroconsumo chiede a gran voce - è consentire a parafarmacie e corner salute degli ipermercati di vendere anche i farmaci acquistabili solo con ricetta medica sebbene a totale carico del paziente. La legge sulla concorrenza ha purtroppo lasciato le cose come stanno - osserva l'Associazione - e la vendita di questi medicinali rimane appannaggio esclusivo delle farmacie.

Una decisione illogica - evidenzia Altroconsumo - dal momento che anche nei canali alternativi è previsto che ci sia sempre un farmacista a dispensare i farmaci da banco. Perché non può farlo con i farmaci a carico nostro anche se con ricetta? Le farmacie si oppongono con le unghie e con i denti a questa apertura di mercato - osservano gli esperti - non tanto per gli introiti diretti che la voce 'farmaci di fascia C con ricetta' garantisce, quanto perché perderebbero occasioni di guadagno ben maggiori: quelle che derivano dal 'marketing incrociato': chi è costretto a passare dalla farmacia perché ha la prescrizione di un farmaco necessario, poi finisce per acquistare anche altro (un integratore, una crema antirughe, una lozione per capelli), spesso perché non ha saputo resistere alla pubblicità o ai consigli interessati del farmacista.

Inoltre, il monopolio delle farmacie si traduce in un ulteriore danno per i cittadini. Non avere concorrenti disincentiva le farmacie a fare sconti sul prezzo stabilito dalla casa farmaceutica, nonostante questa sia una pratica consentita dal 2012. Nel corso di una inchiesta - rivela l'Associazione - su cento farmacie di dieci città solo una ci ha fatto un piccolo sconto. Inoltre, solo in 3 casi su 10 è stato proposto di sostituire il farmaco di marca con uno equivalente meno caro. Eppure - osserva Altroconsumo - questa volta si tratta di un vero e proprio obbligo di legge.

Quando nel 2006 la vendita dei farmaci senza ricetta è stata permessa anche agli iper e alle parafarmacie, i prezzi sono cominciati a scendere. Poi, due anni dopo, a causa della liberalizzazione monca e di abitudini consolidate nei cittadini, che continuano ad acquistare nel 91% dei casi i farmaci di automedicazione nelle tradizionali farmacie, i prezzi hanno rialzato la testa. Altroconsumo ha monitorato sei volte negli ultimi undici anni i prezzi di 70 farmaci da banco tra i più noti e venduti, e l’effetto positivo sui prezzi ottenuto grazie alla prima liberalizzazione si è via via assottigliato. Il 2013 è stato l’anno della battuta d’arresto: le parafarmacie avevano alzato i prezzi fino ad allinearli a quelli delle farmacie, perdendo gran parte della precedente attrattività in termini economici.

A quattro anni di distanza - fa notare Altroconsumo - gli aumenti maggiori si sono verificati negli ipermercati, che nonostante questo continuano a essere mediamente più convenienti rispetto agli altri canali di vendita (farmacie, parafarmacie, internet). Chi sceglie l’iper risparmia in media il 13% rispetto alla farmacia, il 5% rispetto ai siti internet autorizzati e il 9% rispetto alla parafarmacia. Poiché si tratta di dati medi - ricorda l'Associazione - questo non significa che chi sceglie l’iper trova sempre e comunque la convenienza: all’interno di ogni canale ci sono forti oscillazioni di prezzo. Infatti, 4 ipermercati sui 19 considerati hanno prezzi più alti dal 5% al 15% rispetto alla media di tutti gli altri punti vendita.

Dall’inizio del 2016, è possibile acquistare farmaci di automedicazione anche online. La legge si ispira al principio secondo cui tra negozio fisico e sito internet debba esserci un legame stretto e trasparente, a tutela del consumatore. Un ragionamento - denuncia Altroconsumo - che però fa acqua da tutte le parti: perché un sito internet, che vende ovunque in Italia, deve essere costretto a fare gli stessi prezzi del negozio fisico, che invece ha come bacino d’utenza i cittadini della zona? E che vantaggio ha il cittadino a comprare online agli stessi prezzi (alti) della farmacia sotto casa? Anche perché è poco probabile che la farmacia abbassi i prezzi dietro il bancone per poterli avere più bassi online.

In una inchiesta dello scorso gennaio, Altroconsumo ha contattato 30 esercizi tra farmacie e parafarmacie selezionate chiedendo loro il prezzo di un farmaco particolarmente conveniente sul proprio sito internet. In 24 casi il prezzo online è risultato diverso da quello del punto vendita fisico e in 19 di questi casi la differenza di prezzo era superiore al 10%. Questa disposizione di legge non ha alcun senso perché non consente di offrire occasioni di risparmio e sarebbe meglio cambiarla - sostiene Altroconsumo - anche perché l’eliminazione del vincolo di corrispondenza di prezzo stimolerebbe altre farmacie a entrare nell’online, alimentando così una più efficace e libera concorrenza, all’insegna della trasparenza dei prezzi.

Non è possedere una farmacia che garantisce un comportamento specchiato, e i fatti lo provano - concludono gli esperti di Altroconsumo: "Oggi è possibile acquistare in siti autorizzati decine di confezioni di uno stesso farmaco con un’unica transazione. In un sito - raccontano - abbiamo provato ad acquistare 35 scatole di Tachipirina e il sistema non solo non si blocca, ma ci premia con uno sconto quantità. Evidentemente contano più le vendite che la salute dei cittadini".

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