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Hiv, nuove diagnosi in calo in Italia

MEDICINA
Hiv, nuove diagnosi in calo in Italia

(Fotogramma)

Nel 2015 in Italia si è osservata una lieve diminuzione sia del numero delle nuove diagnosi di infezione da Hiv sia dell'incidenza (casi/popolazione) del virus. E' il trend che emerge dal report annuale del Centro operativo Aids (Coa) dell'Istituto superiore di sanità, al quale il ministero della Salute ha dedicato un focus sul sito in vista del World Aids Day, la giornata mondiale dedicata alla malattia l'1 dicembre.

Secondo i dati, il nostro Paese si colloca al 13esimo posto in termini di incidenza di Hiv tra le nazioni europee, in una classifica che vede a un estremo il Regno Unito, con l'incidenza più alta, e all'altro estremo la Francia, con l'incidenza più bassa. La diminuzione del numero delle nuove diagnosi di Hiv sul territorio italiano è stata osservata per tutte le modalità di trasmissione, tranne che per i maschi che fanno sesso con maschi. Così nel 2015 la maggior parte dei nuovi casi d'infezione è avvenuta negli omosessuali e nei maschi eterosessuali. La quota delle persone con una nuova diagnosi di infezione da Hiv in fase clinica avanzata (bassi CD4 o presenza di sintomi) è sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti. Le nuove diagnosi di Aids sono in lieve decremento, mentre il numero di decessi in persone con Aids è stabile dal 2010, e aumenta progressivamente la proporzione delle persone con nuova diagnosi di Aids che scopre di essere Hiv positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di Aids.

LA FOTOGRAFIA DEI NUOVI CASI DI HIV IN ITALIA - Nel 2015 sono state segnalate 3.444 nuove diagnosi di infezione da Hiv, riporta il report annuale del Centro operativo Aids (Coa) dell'Istituto superiore di sanità. I nuovi casi erano stati 3.850 nel 2014, ma questo dato già comprende le segnalazioni arrivate in ritardo. Quindi il calo osservato potrebbe essere minore in quanto, precisano gli autori del rapporto, i dati sono in parte influenzati dal ritardo di notifica: per il 2015 "è stato stimato che ai casi finora pervenuti al Coa manca ancora un 7,9% di segnalazioni". In base ai dati attualmente disponibili, dal 2014 al 2015 l'incidenza è scesa da 6,3 casi a 5,7 per 100.000 residenti. Nella seconda metà degli anni '80 si viaggiava al ritmo di 26,8 nuovi casi per 100.000, il picco massimo registrato nel Paese.

Anche le statistiche regionali sono influenzate dal fatto che alcune regioni hanno 'esportato' casi in termini assistenziali e viceversa alcune ne hanno 'importati' da altre regioni. Comunque nel 2015 più della metà delle segnalazioni sono pervenute da 4 regioni: Lombardia (24,1%), Lazio (14,8%), Emilia Romagna (9,3%) e Veneto (7,8%). L'incidenza più alta nel 2015 è stata osservata nel Lazio e quella più bassa in Calabria. E se la maggior parte delle regioni presenta un andamento in diminuzione, in alcune - Liguria, Campania e Basilicata - sembra essere in aumento.

Il report scatta poi una fotografia dettagliata del popolo dei contagiati e delle circostanze in cui si contrae l'infezione da Hiv. Nel 2015 le persone che hanno scoperto di essere Hiv-positive erano maschi nel 77,4% dei casi. L'età mediana (in aumento costante dal 1985) è di 39 anni per i maschi e di 36 anni per le femmine. L'incidenza più alta è stata osservata tra le persone di 25-29 anni (15,4 nuovi casi ogni 100.000 residenti). L'1,7% delle nuove diagnosi è fra bambini e ragazzi under 20. La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituiscono l'85,5% di tutte le segnalazioni (eterosessuali 44,9%; maschi che fanno sesso con maschi 40,6%).

E poi c'è la quota di stranieri tra i nuovi casi di Hiv. Nel 2015 il 28,8% delle persone diagnosticate come Hiv-positive era di nazionalità straniera. L'incidenza è di 18,9 nuovi casi ogni 100.000 tra stranieri residenti, contro i 4,3 nuovi casi ogni 100.000 tra gli italiani residenti. E se fra gli stranieri la quota maggiore di casi è costituita da eterosessuali femmine (36,9%), tra gli italiani è composta da maschi che fanno sesso con maschi-Msm (48,1%).

Negli ultimi anni rimane costante il dato delle persone con una nuova diagnosi di infezione da Hiv in fase clinica avanzata. In Piemonte e nella Provincia autonoma di Trento l'esecuzione del test di avidità anticorpale, che permette con una buona approssimazione di identificare le infezioni recenti, ha evidenziato che nel 2015 solo il 17,3% delle persone con una nuova diagnosi di Hiv aveva verosimilmente acquisito l'infezione nei 6 mesi precedenti la prima diagnosi di Hiv-positività. A livello nazionale, il 32,4% delle persone con nuova diagnosi di Hiv ha eseguito il test per la presenza di sintomi Hiv-correlati, il 27,6% in seguito a un comportamento a rischio non specificato e il 13,2% nel corso di accertamenti per un'altra patologia.

L'ANDAMENTO DEI CASI DI AIDS - Quanto alla sorveglianza sull'Aids (diagnosi di malattia conclamata), le statistiche italiane mostrano che dall'inizio dell'epidemia (1982) a oggi sono stati segnalati oltre 68 mila casi di Aids (poco più di 800 quelli pediatrici), di cui più di 43 mila morti. Nel 2015 sono stati diagnosticati 789 nuovi casi di Aids pari a un'incidenza di 1,4 nuovi casi per 100.000 residenti. L'incidenza di Aids è, secondo gli autori del report, in lieve costante diminuzione negli ultimi 3 anni. Il numero di decessi in persone con Aids rimane stabile.

Un dato rilevante è che nel 2015 poco meno di un quarto delle persone diagnosticate con Aids aveva eseguito una terapia antiretrovirale prima della diagnosi di malattia conclamata. Il fattore principale che determina la probabilità di avere effettuato una terapia antiretrovirale prima di questa fase, fanno notare gli esperti, è la consapevolezza della propria sieropositività: nell'ultimo decennio è aumentata la proporzione delle persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere Hiv positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di Aids, passando dal 20,5% del 2006 al 74,5% del 2015.

L'EMERGENZA 'SIEROPOSITIVI INCONSAPEVOLI' - Nel mondo, segnala un nuovo report dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono più di 18 milioni le persone Hiv-positive in cura con i farmaci antiretrovirali, ma altrettante non riescono ancora ad accedere alle terapie, in gran parte perché non consapevoli della propria sieropositività. Oggi, infatti, il 40% di tutte le persone con Hiv non sa di essere sieropositiva: oltre 14 milioni di ignari.

Un problema che si riscontra anche nella situazione dei 31 Paesi dell'Ue e dell'Area economica europea (Eea), su cui fanno il punto Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control) e Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms. Nel 2015 in quest'area sono state diagnosticate poco meno di 30 mila nuove infezioni da Hiv, secondo i dati diffusi a Stoccolma. Si conferma così un trend osservato nell'ultimo decennio, con un problema: secondo le stime, 122 mila persone con Hiv in questa parte del mondo non sanno di essere infette. In pratica, un sieropositivo su 7 in Europa ignora il proprio status. Inoltre, tra l'arrivo del virus e la diagnosi passano in media 4 anni.

L'OMS PROMUOVE L'AUTO-TEST - Proprio per fronteggiare la carenza di diagnosi, l'Organizzazione mondiale della sanità pubblica nuove linee guida in cui promuove l'auto-test dell'Hiv. "Milioni di persone con Hiv restano ancora escluse dal trattamento salvavita, che può anche prevenire la trasmissione del virus ad altri", sottolinea il direttore generale dell'Oms, Margaret Chan. Il test fai-da-te, spiega l'Oms, prevede l'utilizzo della saliva o di una goccia di sangue ottenuta pungendo un dito e si può fare in un ambiente privato con risultati nel giro di 20 minuti o meno. Chi risulta positivo viene invitato a confermare il risultato in un centro sanitario. "E' un modo - evidenzia l'Oms - per raggiungere un numero maggiore di persone con Hiv non diagnosticata".

Da un lato è vero che nel decennio tra il 2005 e il 2015 la percentuale di sieropositivi che scopre la propria condizione è aumentata dal 12% al 60% a livello globale, e oggi oltre l'80% di chi ha in mano una diagnosi è sotto trattamento con antiretrovirali. Dall'altro lato, però, la copertura del test resta bassa in vari gruppi di popolazione. Gli uomini sono solo il 30% delle persone sottoposte a test, ma si perdono anche alcuni gruppi femminili: le adolescenti e le giovani dell'Africa orientale e meridionale sperimentano tassi di infezione fino a 8 volte superiori rispetto ai coetanei maschi, e tra i 15 e i 19 anni d'età, meno di una su 5 è consapevole di essere sieropositiva. La diffusione del test rimane bassa in 'popolazioni chiave' - uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini, lavoratori del sesso, transgender, persone che si iniettano droghe, e carcerati - che costituiscono circa il 44% degli 1,9 milioni di nuovi casi di infezione da Hiv che si verificano ogni anno su adulti. Ma c'è anche il nodo di chi convive con Hiv-positivi: fino al 70% dei partner è esso stesso sieropositivo. E molti al momento non si sono sottoposti al test.

E' stato dimostrato, precisa l'Oms, che l'auto-test arriva quasi a raddoppiare la frequenza dei test dell'Hiv fra gli uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini, e recenti studi in Kenya hanno osservato anche che i partner delle donne in gravidanza hanno un tasso di utilizzo doppio se viene loro offerto l'auto-test dell'Hiv. Al momento sono 23 i Paesi che hanno politiche nazionali a sostegno di questo strumento. Molti altri le stanno sviluppando adesso, ma l'implementazione su vasta scala rimane limitata. L'Oms "sostiene la distribuzione gratuita di kit di auto-test e altri approcci che ne permettano l'acquisto a prezzi accessibili. Si sta anche lavorando per ridurre ulteriormente i costi e aumentare l'accesso. La nuova guida - conclude l'agenzia delle Nazioni Unite - ha proprio lo scopo di aiutare i Paesi a estenderne l'impiego".

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