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Olivi: "Con terapie innovative contro il cancro al cervello fino a 2 anni di vita in più"

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Olivi: Con terapie innovative contro il cancro al cervello fino a 2 anni di vita in più

"Ogni anno si riscontrano 22 nuovi casi di tumori cerebrali ogni 100 mila persone. Le ripercussioni socioeconomiche di tale malattia, per pazienti e familiari, possono essere molto onerose. Ma le scoperte sul fronte scientifico e tecnologico avanzano e potranno tradursi in tangibili benefici per i pazienti. Le immunoterapie e le terapie geniche, al momento in fase sperimentale, ad esempio, potrebbero prolungare la sopravvivenza fino a 2 anni". Alessandro Olivi, ordinario di neurochirurgia dell'Università Cattolica del sacro Cuore di Roma, in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico 2016-2017, racconta i progressi ottenuti nel campo delle terapie contro il cancro al cervello.

"I progressi ottenuti durante le ultime decadi, che ci hanno visto in prima linea - spiega - devono ascriversi sia al campo della ricerca biologica e traslazionale sia a quello dello sviluppo di tecnologie chirurgiche avanzate". Un esempio viene proprio dall’esperienza del Brain Tumor laboratory della Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti, dove il neurochirurgo ha prestato 33 anni di attività clinico-accademica prima di unirsi, un anno fa, al corpo docente della Cattolica.

"L'università americana ha sviluppato un nuovo trattamento loco-regionale che consente, con l’uso di polimeri biodegradabili, la somministrazione locale ad alta concentrazione di agenti anti-tumorali, evitando quindi la esposizione tossica sistemica. Nel 1995 questo nuovo trattamento è stato approvato dalla Fda e messo a disposizione dei pazienti con le forme più aggressive di tumori cerebrali, introducendo per la prima volta un'arma in più a disposizione dei clinici", illustra.

Non solo. "Sono allo studio terapie nuove come le immunoterapie, ancora in fase sperimentale, i trattamenti checkpoint inhibitors - prosegue l'esperto - Poi c'è il grosso capitolo della terapia genica, ancora agli inizi della sperimentazione, attraverso la quale si cambia la produzione delle proteine del tumore che possono diventare il target di trattamenti molto mirati, che lasciano intatto il tessuto sano circostante. Con queste metodologie si può prolungare la sopravvivenza da qualche mese a un paio d'anni. Per esempio le terapie loco-regionali hanno portato a un prolungamento della sopravvivenza da 11 a 24 mesi".

Anche dal punto di vista chirurgico negli ultimi anni si è assistito a "un'esplosione di tecnologie sofisticate che ci consentono di poter aggredire e rimuovere lesioni un tempo considerate inoperabili. Dalla messa a punto di interventi con assistenza ad immagini, allo sviluppo di mappaggi e monitoraggi fisiologici delle aree cerebrali funzionali". Tecniche che "oggi consentono di conservare funzioni essenziali a pazienti sottoposti a interventi neurochirurgici in zone estremamente delicate. Alla Johns Hopkins abbiamo potuto mettere a punto tecniche bioptiche per raggiungere aree come il tronco cerebrale, una volta considerate 'off limit', e affinare l'acquisizione di immagini preoperatorie a risonanza magnetica per la visualizzazione diretta di fasci nervosi profondi cerebrali consentendone la loro salvaguardia".

Per l'esperto, "l'introduzione e l’espansione di tecniche microscopiche ed endoscopiche accompagnate da un miglioramento esponenziale della risoluzione delle immagini intraoperatorie, consente di raggiungere aree recondite della base cranica e visualizzare patologie e strutture neurovascolari con dovizie di particolari e chiarezza cristallina".

Ma come si pone l'Italia rispetto agli Stati Uniti nella ricerca contro il tumore al cervello? "L'Italia - spiega Olivi - paga la scarsità fondi ma ci sono molte risorse umane che danno contributi straordinari. Servono più risorse per trovare una cura, ci stiamo arrivando ma le risorse nazionali e europee sono limitate. L'Italia potrebbe associarsi a gruppi multicentrici di trial clinici internazionali. Può dare una buona statistica di pazienti operati e affetti dalla patologia e, coinvolgendoli negli studi, potrebbe dare il suo contributo alla verifica di nuove cure che devono essere provate da un punto di vista clinico".

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