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'Fil rouge' orecchio-cervello, calo udito triplica rischio demenza

MEDICINA
'Fil rouge' orecchio-cervello, calo udito triplica rischio demenza /Video

Parlare all'orecchio perché il cervello intenda. E viceversa. C'è un legame molto stretto che unisce l'udito alla mente. "Un circolo di vita, da salvaguardare fin da subito", evidenziano gli esperti. Soprattutto se si dà un occhio ai dati che arrivano dalla letteratura scientifica, per esempio agli studi che analizzano negli anziani il rapporto fra ipoacusia e demenza. Dall'analisi dei lavori condotti su questo fronte, la presenza di un calo dell'udito legato all'età è risultata incrementare di oltre 3 volte la probabilità di demenza. Dall'altro lato, in 3 pazienti con deficit cognitivo su 4 si registra anche un disturbo dell'udito. E' la fotografia che emerge dal Rapporto 'Il cervello in ascolto - lo stretto intreccio tra udito e abilità cognitive', presentato oggi a Milano ((VIDEO).

Un gruppo di esperti - fra cui figurano anche specialisti italiani - ha passato in rassegna e valutato criticamente gli studi clinici e di laboratorio più recenti sul tema, per analizzare il legame tra due "vere emergenze sociali": da un lato 360 milioni di persone nel mondo convivono oggi con un calo dell'udito, dall'altro si contano 47 milioni con una forma di demenza. Numeri destinati a impennarsi nei prossimi 30 anni con il progressivo invecchiamento della popolazione. Considerando anche che dopo i 65 anni una persona su 3 presenta una forma di ipoacusia.

Il messaggio degli esperti è che, sebbene le dinamiche non siano perfettamente chiare, "su questo legame bidirezionale che esiste tra calo dell'udito e demenza vanno accesi i riflettori". Da qui il Rapporto promosso da Amplifon, multinazionale italiana attiva nelle soluzioni e nei servizi per l'udito. Innanzitutto, precisa Andrea Peracino, presidente della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano, "va ricordato che l'udito fa parte del cervello". Noi sentiamo non solo con le orecchie, ma anche e soprattutto con il cervello. Una 'magia' che va ben oltre la meccanica di un osso che vibra. Il suono di una parola non attiva solo la corteccia uditiva dove la parola viene 'sentita', ma accende numerose aree e reti del cervello dove viene 'compresa' o collegata da un punto di vista semantico e cognitivo.

"Se sentiamo la parola 'mamma' - è l'esempio che usa Camillo Marra, docente di neurologia all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma - si attiverà anche l'area dei ricordi e dell'affettività, se sentiamo la parola 'correre' si accendono anche le aree motorie". In tutte le aree del cervello, aggiunge Peracino, "c'è sempre il ricordo di una parola o del significato di una parola". L'esperto parla di un legame 'a due corsie'. "Da un lato i processi cognitivi incidono sul modo in cui le persone sentono", e per esempio elementi come la memoria a breve termine e l'elaborazione centrale risultano importanti per capire un discorso in un luogo rumoroso, più delle stesse capacità uditive che influiscono solo per il 10%, "dall'altro lato gli stimoli sonori attivano la corteccia cerebrale a tutto campo".

Questo complicato intreccio, evidenzia Peracino, "si manifesta anche quando si riscontra un deficit: un calo uditivo può ridurre il volume della corteccia cerebrale, determinando cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello. Mentre il declino cognitivo può peggiorare le capacità di ascolto e di comprensione delle parole".

Recenti studi di neuroimaging, riprende Marra, "hanno svelato come le persone con un calo dell'udito presentino una riduzione nello spessore di quei fasci nervosi che presiedono al collegamento e all'interazione delle cellule nervose tra loro. Queste alterazioni uditive e del sistema nervoso centrale richiedono l'attivazione di molti meccanismi compensatori cerebrali che impattano sull'impegno cognitivo necessario all'ascolto, affaticando il cervello e rendendolo meno efficiente per lo svolgimento delle funzioni cerebrali. Si stima che il deficit uditivo possa ridurre anche di oltre il 30% l'efficienza di altre abilità cognitive".

Altri studi evidenziano anche l'impatto dell'isolamento sociale che può essere favorito dalle difficoltà comunicative connesse a un deficit uditivo. E la solitudine è riconosciuta come un fattore di rischio per i disturbi cognitivi. "Udito vuol dire comunicazione, socialità, lavoro, emozioni. Avere dunque una perdita di udito porta anche a una riduzione di tutte queste cose", spiega Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di otorinolaringoiatria dell'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Per capire la portata del problema, l'esperto chiama in causa i numeri: "In Italia si stima che circa 7 milioni di persone avrebbero bisogno di un aiuto uditivo, ma solo 1,8 milioni lo utilizzano", fa notare.

Se poi si guarda al legame ipoacusia-demenza, continua Paludetti, "gli ultimi studi mostrano come la giusta amplificazione acustica si associ a un declino cognitivo più lento". E' essenziale, conferma Peracino, "che si abbia una continuità di funzione dell'udito, attaccata a una continuità della funzione cerebrale. Ed è necessario cominciare molto presto a prestare attenzione alle capacità uditive". Una regola che vale per tutta la vita. "Molto presto non significa a 50 anni, ma da bambini - puntualizza - Se già in tenera età un bimbo comincia a mettersi nelle orecchie una serie di rumori, non fa che mascherare le sue capacità di sensazione uditiva. Possiamo immaginare cosa succederà quando cresce. Dobbiamo dunque proteggere il nostro sistema uditivo".

Sono temi, commenta Susan Holland, presidente del Gruppo Amplifon e del Centro ricerche e studi Amplifon, "di grande attualità. Anche per l'impatto sulla qualità di vita delle persone e dei loro familiari". Per questo "vogliamo fare informazione su tutti gli aspetti della salute uditiva, anche quelli meno conosciuti".

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